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I MALAVOGLIA di Giovanni Verga

Aggiornamento: 17 gen


di Matteo Lolli




«Non voglio più farla questa vita. Voglio cambiare stato, io e tutti voi. Voglio che siamo ricchi, la mamma, voi, Mena, Alessi e tutti»

Padron ‘Ntoni spalancò tanto d’occhi, e andava ruminando quelle parole, come per poterle mandar giù. «Ricchi! – diceva – ricchi! E che faremo quando saremo ricchi?»

‘Ntoni si grattò il capo, e si mise a cercar anche lui cosa avrebbero fatto. «Faremo quel che fanno gli altri… Non faremo nulla, non faremo!... Andremo a stare in città, a non far nulla, e a mangiare pasta e carne tutti i giorni» «Va, va a starci tu in città. Per me io voglio morire dove son nato»






L’anno che si sta chiudendo segna il centenario dalla morte di Giovanni Verga, unanimemente considerato come una delle più grandi voci del nostro canone letterario. L'autore siciliano, che con i suoi racconti e romanzi ha attraversato ed incarnato un periodo storico di cruciale cambiamento come quello dell’unificazione nazionale e della generale disillusione ad essa seguita, venne celebrato in pubblico e addirittura nominato senatore nel 1920, un paio d’anni prima della morte; ma nonostante questo già da tempo – abbandonata da molti anni la scena pubblica e la Milano all’interno della quale aveva vissuto la fase più significativa della sua carriera, per fare ritorno nella natia Catania – viveva in un sostanziale isolamento culturale, nascosto nella cappa di oblio di un panorama letterario che già allora iniziava a conoscere la velocità compulsiva tipica delle civiltà post-industriali. Già nello stesso 1881 in cui venne pubblicato il suo capolavoro, I Malavoglia, Verga poté scrivere in una lettera privata di aver fatto «fiasco, fiasco pieno e completo», rendendosi perfettamente conto di come i contenuti del suo romanzo non fossero facilmente digeribili di per sé stessi, né tantomeno da un’opinione pubblica contemporanea poco raffinata e non ancora pronta ad assimilare la portata rivoluzionaria della sua opera.

Perché è di questo, per fugare ogni dubbio, che stiamo parlando: aldilà del diletto che si può o meno ottenere dalla lettura del più conosciuto tra i testi verghiani (di cui si è spesso parlato come di “un libro più letto che amato”, a evidenziare la sua centralità nei programmi scolastici o nella cultura di massa a cui non corrisponde talvolta un uguale gradimento estetico da parte del pubblico), I Malavoglia sono da considerare senza ombra di dubbio un romanzo di svolta, un’opera-chiave, l’unica che insieme ai Promessi Sposi colloca anche il nostro paese nel contesto letterario europeo di quell’Ottocento ribattezzato come “il secolo del romanzo”.

La vicenda è di per sé semplice e scarna, ben lontana dal susseguirsi di colpi di scena che caratterizzano i thriller moderni o, per restare all'Ottocento, ad esempio i libri di Dumas. Ruota attorno alle sorti della famiglia Toscano di Aci Trezza (paesino di mare sulla costa di Catania), detti “Malavoglia” a mo’ di ‘ngiuria (secondo la tradizione siciliana) per stigmatizzare la loro infaticabile e stoica operosità. Sotto questo punto di vista, una mirabile incarnazione dell’anima dei Malavoglia è costituita dal personaggio di Padron ‘Ntoni, capofamiglia che organizza la propria vita all’insegna della tradizione e del tenace attaccamento alle proprie radici, senza bramare particolari arricchimenti o lussuosi privilegi ma puntando al mantenimento del proprio onore e di buone condizioni di prosperità per la propria famiglia (il cui sostentamento si regge sui proventi di un’economia di tipo marittimo comunissima nel contesto siciliano dell’epoca). La classica rottura dell’equilibrio che mette in moto la macchina narrativa si ha quando padron ‘Ntoni, in un raro momento di ottimistico slancio, decide di comprare a credenza da un noto usuraio del paese, lo “zio Crocifisso”, un carico di lupini da vendere (e su cui lucrare) a Riposto, paese marittimo a una ventina di chilometri da Aci Trezza. Ma la barca su cui i lupini viaggiano naufraga in una notte di tempesta, e con essi anche Bastianazzo, unico figlio di padron ‘Ntoni nonché padre di ‘Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia. Il colpo è troppo grande per la stabilità della famiglia: l’indebitamento con l’usuraio si rivela difficilissimo da colmare, e tutti sono chiamati a nuovi sacrifici per non compromettere, oltre che il (modesto) tenore di vita, anche l’onore familiare; la situazione non migliora certo quando la leva obbligatoria del neonato Stato italiano chiama a sé prima ‘Ntoni e poi Luca, sottraendo ai Malavoglia forza-lavoro, o quando per accumulare denaro per saldare il debito padron ‘Ntoni è costretto a vendere la “casa del Nespolo”, da sempre di proprietà della famiglia e simbolo delle sue tradizionali radici. Su questa linea si verrà progressivamente delineando un contrasto sempre maggiore tra il capofamiglia e il nipote ‘Ntoni, vero protagonista del romanzo, che di ritorno dall’esperienza soldatesca sogna di migliorare la propria condizione e arrivare ad ottenere gli agi e i lussi (caratteristici di una società già “moderna”) che ha visto uscendo da Aci Trezza, voltando quindi le spalle alla morale dei Malavoglia tenacemente incarnata, al contrario, dalla figura del nonno. La disgregazione dell’unità familiare e altre sciagure (il colera, un nuovo naufragio della barca di famiglia detta Provvidenza, i giri loschi del contrabbando, la pressione sempre più stringente dei creditori…) trascineranno i Malavoglia in un vortice sempre più profondo, nel quale tutto ciò che potranno fare è barcamenarsi alla disperata cercando di non affondare completamente.


Aldilà della trama, che comunque riserva elementi di grande interesse e coinvolgimento, quello che costituisce la particolarità (e la grandezza) dei Malavoglia è senza dubbio la tecnica narrativa, che si rivela l’esatto opposto dell’onniscienza manzoniana: l’io-narrante è una voce del popolo, quella di uno tra i tanti abitanti di Aci Trezza, e la sua prospettiva è – in questo consiste la grande rivoluzione stilistica del Verismo, movimento letterario di cui Verga fu la punta di diamante – né più né meno che quella di un comunissimo popolano della Sicilia post-risorgimentale: l’autorità intellettuale del Verga-romanziere non interviene in alcun modo ad intaccare la riuscita di una fotografia che vuole essere la più diretta e trasparente possibile. Nello sfogliare le pagine del romanzo è evidente la somma maestria dell’autore nel trasformarsi in una vera e propria vox populi, nel suo fornire un'immagine perfetta, in forma di pagina scritta, della realtà dell’epoca, colta qui nella ristretta dimensione di una modesta famiglia di pescatori. Ristretta, ma non per questo poco significativa: non dobbiamo scordarci, specie nel nostro presente caratterizzato dalla globalità e dall’interconnessione, che l’isolamento rispetto al resto del mondo dell'Aci Trezza dei Malavoglia era lo stesso in cui vivevano moltissime zone d’Italia (la maggior parte, quantitativamente parlando) all’indomani dell’Unità.


Per questo quindi, e per tante altre ragioni, I Malavoglia è un libro che va letto e riletto, anche in un mondo odierno che ci sembra quanto di più antitetico ci possa essere rispetto a quello raffigurato dalle pagine di Verga. Anche perché I Malavoglia, oltre ad essere un capolavoro di stile e l’emblematica testimonianza di un’importantissima fase storica, sono molto di più: nel velo di nostalgica compassione con cui lo scrittore verista, pur nella sua imparzialità di giudizio, guarda al piccolo mondo di Aci Trezza ed alle sue micro-drammatiche vicende, si può trovare anche una miscela di sentimenti e di lirismo che – pur lontana nel tempo e nello spazio – non può che catturare e affascinare anche la sensibilità del lettore di oggi.

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