The Miracle- Storia di destini incrociati

di Luigi Ercolani


Per costruire una buona storia, non solo cinematografica, serve anzitutto pazienza. Non bisogna indugiare su particolari inutili e ridondanti che rendono la narrazione indigesta, ma nemmeno, all'estremo opposto, affastellare eventi alla rinfusa, uno dopo l'altro, nella speranza che bombardare il fruitore di azione gratuita possa coprire il vuoto diegetico presente nel testo in questione.

Bogdan George Apetri, regista romeno arrivato al suo terzo lungometraggio, ha ben chiaro questo concetto. E infatti The Miracle-Storia di destini incrociati (2021), presentato al Festival del Cinema di Venezia del 2022, è prima di tutto una storia che si prende il suo tempo, che non lascia intuire niente prima del dovuto, e che perciò è in grado di sorprendere lo spettatore senza fare ricorso a colpi di scena clamorosi e, come a volte capita, traballanti dal punto di vista narrativo.

Servendoci di un paragone spesso abusato, ma in questo caso appropriato, Apetri ha costruito The Miracle mattoncino dopo mattoncino, partendo dalle fondamenta e via via sino al tetto. E anzi, trattandosi di una pellicola che affronta temi legati alla spiritualità, si potrebbe trovare un legame con quel brano del Vangelo di San Matteo in cui Cristo parla di un uomo saggio “che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia” (Mt, 7-24-25).

Lo spettatore occidentale, magari più abituato ad interfacciarsi con un cinema dal ritmo più mordi-e-fuggi, può rimanere inizialmente disorientato da questa scelta di stampo invece contemplativo, la quale però ha una sua ragion d'essere. Solo una declinazione narrativa di questo tipo, infatti, poteva permettere al regista di raccontare in maniera compiuta i due protagonisti di questa vicenda, non solo mostrandoci le azioni, ma offrendo un cruciale focus sulla loro psicologia, soprattutto sul linguaggio non verbale.

Per portare lo spettatore direttamente dentro la mente dei due personaggi principali, Apetri ha fatto un ampio ricorso a piani sequenza e a soggettive, avvicinandoli allo spettatore, il quale in questo modo può familiarizzare prima con Cristina e poi con Marius. In tal senso, i piatti della bilancia dei protagonisti sono equiparabili nella loro centralità, e allo stesso tempo i due astanti assolvono la funzione di accompagnamento di chi guarda dentro la realtà diegetica del film.

Come una sorta di Virgilio e Beatrice (ma a parti invertite) con Dante nella Commedia, la suora e il poliziotto mostrano luci e ombre di diversi elementi, ad esempio del rapporto con il divino, delle dinamiche della Romania o dell'animo umano. Attraverso i loro dialoghi con gli altri personaggi, Cristina e Marius grattano la superficie di molti aspetti della vita, ponendoli implicitamente o esplicitamente in questione al punto che lo spettatore non può rimanere indifferente di fronte ad essi.

Questo coinvolgimento indiretto dello spettatore prosegue fino al climax conclusivo, che sublima tutta la poetica di The Miracle. Qui, Apetri gioca con le illusioni e con il mistero, disegnando un quadro del quale la chiave di lettura interpretativa definitiva è lasciata, senza appello, nelle mani dello spettatore. Il quale, dopo aver assistito per tutto il film al confronto tra la spiritualità e il pragmatismo, è chiamato in causa per stabilire in prima persona a cosa bisogna credere e a cosa no.

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