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Un altro ferragosto

di Luigi Ercolani


A livello di cinematografia italiana, Paolo Virzì non è né della vecchia guardia, né tanto meno della nuova. Anzi, per certi versi è forse il rappresentante maggiormente di spicco di una categoria che sta a metà tra gli autori da Prima Repubblica arrivati fino a noi, alla Marco Bellocchio per intenderci, e quelle nuove leve che invece stanno ottenendo chance tanto a livello italiano quanto, soprattutto, internazionale.

È forse questa condizione particolare a renderlo un regista a sua volta particolare. Ovvero dotato sì di una prospettiva malinconica rivolta al passato, ma allo stesso tempo solerte nel mettere in evidenza le mutazioni culturali del nostro Paese.

Un altro ferragosto, in questo senso, ha una natura duplice. Dentro ad un impianto narrativo in cui più volte accade che Virzì citi Virzì (trattandosi a tutti gli effetti di un seguito del film del 1996 Ferie d'agosto), infatti, il regista livornese inserisce una nuova tappa della sua riflessione in merito agli italiani come popolo.

Mentre per il precedente lavoro, Siccità (2022), l'ottica adottata era stata quella della classe media di fronte ad un contesto emergenziale, questa volta invece la storia è incentrata su un ceto nettamente più abbiente. In tale contesto, si confrontano infatti due sensibilità molto differenti, la cui diversità viene ulteriormente accentuate da una venatura di stampo marcatamente politico che, però, mette in risalto i difetti.

Da una parte la famiglia Molino, il cui capostipite Sandro incarna quella visione di sinistra aperta, inclusiva, europeista perché ispirata al manifesto di Ventotene, ed attaccata con unghie e denti ad una storia in cui la conservazione della memoria è più importante rispetto alla veridicità di quanto effettivamente viene ricordato. Dall'altra parte, invece, c'è una destra imprenditoriale e da caciara, che un po' gode della propria voluta ignoranza e che della memoria storica non si interessa perché ciò che conta sono solo i soldi fatti oggi e quelli da fare domani.

In questo quadro, a prendersi inoltre un ruolo di primo piano all'interno del film sono i social media, con la loro comunicazione immediata ma allo stesso tempo autoreferenziale. Mostrando entrambi i lati malsani di queste due visioni ed esacerbandoli attraverso questo tipo di comunicazione digitale, Virzì mette in guardia lo spettatore dall'adottare una linea eccessivamente intransigente dall'una o dall'altra parte, e lo invita invece a mettersi in ascolto di quelle che possono essere le rispettive ragioni per adottare una prospettiva più completa.

Se è vero che i gruppi di personaggi sono divisi dalle loro convinzioni politiche, il regista livornese si preoccupa tuttavia di far presente a chi guarda che ad accomunarli è la loro umanità, in particolar modo (ma non solo, chiaramente), nei punti più bassi, quelli in cui l'essere umano è travolto dalla propria miseria e si ritrova in balia delle onde della vita. In questo, Un altro ferragosto non fa sconti: per quanto, come persone, possiamo avere opinioni divergenti, esiste un minimo comune denominatore che ci rende tutti affini. E, soprattutto, tutti bisognosi di compassione da parte dei nostri consimili nel momento in cui le sorti si rovesciano.

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