Sul futuro di Joker

di Lorenzo Meloni


Quando lo abbiamo visto in anteprima europea alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, subito non c'è stato dubbio: Joker di Todd Phillips, contro gli iniziali pronostici, era un successo scritto. Le paure dovute all'estemporaneità del progetto, proposta autonoma di un regista-sceneggiatore di commedie demenziali (Una notte da leoni) a una Warner Bros che negli ultimi anni aveva arrancato nel tentativo di replicare la formula supereroistica Marvel-Disney, si dissolvevano di fronte a un risultato che alla sapiente fattura, con l'immenso Joaquin Phoenix a guidare la carica di un prodotto praticamente senza sbavature, univa un cocktail di caratteristiche apparentemente contraddittorie, ma che per la capacità di farle convivere con grinta e savoir-faire lo rendevano potenzialmente attraente per un pubblico più trasversale rispetto alla media dei comic book movie. La contraddizione di Joker, se non forse il successo che ne è conseguito, si poteva subodorare già molto prima che sbarcasse in sala e sotto i riflettori della discussione social. Sicuramente dall'inaspettato riconoscimento del Leone d'Oro, in una Venezia sempre più decisa a "svecchiarsi" guardando oltreatlantico, ma in realtà già dal primo trailer che qualche mese prima aveva stupito tanto i cinefili quanto i fan DC Comics, mostrando una Gotham City ochieggiante alla New York iperrealista di Taxi Driver (1976) e spaventosi stralci della performance espressionista del protagonista, e dando la giusta impressione di un film intenzionato a giocare in quella Serie A da cui una vulgata ancora diffusa vorrebbe esclusi i cinecomics, che potesse dare del tu ai tempi ormai leggendari della New Hollywood di Scorsese & Co mentre racconta le disavventure che porteranno il dolce e mite Arthur Fleck a vestire i panni viola del leggendario cattivo di Batman.

Tanto ostentatamente "diverso", il Joker di Phillips e Phoenix, che la questione suscitata all'uscita in sala è stata soprattutto questa: è o non è un cinecomic? Domanda trasformatasi presto in scontro, a tutto giovamento del passaparola sul film, e per cui la risposta migliore l'ha data con la solita ironia Nanni Cobretti di i400calci: "Lo è quando deve attirare una larga fanbase e incassare un sacco di soldi e/o quando i fans dei cinecomic vogliono sentirsi rispettati (pardon, “legittimati”), e non lo è quando deve vincere premi a festival importanti e/o persone che ci tengono a darsi un tono ne vogliono parlare senza vergognarsi. Fine. È il cinecomic di Schrödinger." Per solleticare anche un certo tipo di pubblico, P&P hanno approntato uno spettacolo ben più austero della media dei film DC, abbastanza tetro, viscerale e attento all'esplorazione del vicolo buio fra media, individuo e società, da risultare credibile, genuino a confronto coi modelli nobili della cui aura istituzionale punta ad ammantarsi. Al contempo però giocano ovviamente su un personaggio-brand gigantesco, e lo fanno con tutta l'astuzia editoriale necessaria a non inimicarsi neanche il pubblico dei fan, ben più nutrito e in fondo già preparato dalla frequentazione di un mondo assai più cupo di quello Marvel (nonchè da reinterpretazioni del Cavaliere Oscuro e della sua nemesi a vari gradi di cinismo e progressivo avvicinamento a un'idea di realismo, da Miller a Moore a Ledger) ad intraprendere questa vera e propria discesa agli Inferi.

Risultato: ad oggi, gli incassi di questo film a medio budget - 55-60 milioni marketing escluso, una bazzecola rispetto a qualsiasi altro film di ambito supereroistico - ammontano alla bellezza di 856 milioni di dollari, e c'è chi dice che a fine corsa potrebbero sfiorare il miliardo. Questo ne fa, oltre che un risultato estetico di tutto rispetto, il miglior affare in casa Warner-DC da molti anni a questa parte. Ma proprio qui sta il punto: sembra impossibile, dopo quel finale nonostante tutto ossequioso verso l'iconografia classica, immaginare che la storia finisca sul più bello, ora che il villain è nato e il futuro eroe marchiato a fuoco per sempre. Le prime dichiarazioni di Phillips - perfettamente in linea con quelle oggettivamente mendaci di un po' tutti i realizzatori, secondo cui il film non aveva "niente a che vedere con le logiche dei film supereroistici" - davano a intendere che Joker dovesse fare storia a se, orgogliosamente autoconclusivo proprio come i film anni '70 a cui voleva apparentarsi. Ora, con simili premesse di successo, è molto difficile che Warner si accontenti di questo colpo di fortuna, che non lo veda piuttosto come la carta bianca, in termini sia di prestigio che di narrazione, su cui ricostruire il futuro della sua scuderia fumettistica. Joker avrà quindi un seguito, come già si vocifera in questi giorni visto anche il recente beneplacito di Phoenix? Probabile. Potrà inaugurare una nuova "linea" per il successo DC, basata non su un già sperimentato e fallimentare world building stile Marvel ma su film a budget ristretto, capaci coll'attrattiva del marchio e quella di un'impronta più "autoriale" di calamitare fasce di pubblico diversificate pur contenendo i costi? Più che possibile. Si legherà all'imminente Batman di Matt Reeves con Robert Pattinson, già annunciato come una "detective story realistica", per riunirsi al suo nemico-anima gemella di sempre all'insegna di un realismo più dark and gritty di quanto i film di Christopher Nolan siano mai stati? Difficile escluderlo.

Quello su cui ci interessa riflettere però, è che qualunque possa essere la vita futura del personaggio, la sua sola occorrenza andrà in parte ad incidere sul carisma anfibio di questo primo Joker, capace di tenere un piede nel pop e uno nell'arthouse anche per via di certe volute ambiguità di trama sulla cui interpretazione si è discusso e si sta ancora discutendo. L'interpretazione "sofisticata" (perdonateci il termine) che vede in Joker un trattato sulla medialità onnipervasiva del nostro tempo beneficia infatti non poco dell'incertezza che alcune sequenze creano nello spettatore riguardo l'attendibilità di quanto narratoci, che potrebbe essere il vivido spaccato sociale colpevole della trasformazione in mostro di un'anima pura, come un'astuta distorsione della realtà ad opera di un "narratore" (lo stesso protagonista) del tutto inaffidabile e lui stesso violento e perverso. Girare un seguito di Joker, magari con Batman, significherebbe probabilmente privilegiare una delle due interpretazioni: o Arthur è stato vessato dal mondo fino a sprofondare nella follia, o Arthur è sempre stato il Joker, internato al manicomio Arkham Asylum, e tutto il film è stata una fantasia, una gigantesca autocommiserazione.

Anche se così non fosse, trasformare il film in primo atto di un nuovo mondo seriale (siano sequel o un mondo espanso stile Marvel) e "spiegare" o comunque svolgere ulteriormente il personaggio rischierebbe di danneggiare non poco la studiata ambiguità del primo capitolo, il quale - non dimentichiamolo - è di un'"autoconclusività debole", troppo furbamente attento ad aprirsi quella strada, troppo già "fumettistico" nella rappresentazione di un mondo dicotomico, stilizzato sia visivamente che moralmente, troppo aderente all'iconografia originale (specie se "è stato tutto un sogno" e siamo in realtà sempre stati in compagnia del nostro supercriminale preferito) per non lasciarsi "assimilare" facilmente. Siamo nell'epoca che ha tentato di dar seguito a Blade Runner (1982) e che fra poco lo farà con Shining (1980), roccaforti di un'autorialità autoconclusiva e fortemente ambigua (Deckard è o non è un Replicante? È Jack a impazzire o l'Overlook Hotel è davvero infestato?) che decenni di mitizzazione per così dire "schermano" dal perdere il suo fascino. Ma che dire di Joker, così recente, così pienamente dentro i tempi di quel cinema supereroistico con cui evidentemente condivide gran parte del suo pubblico? La sua aura resisterà, o svanirà fino a farne solo un "primo capitolo"? Sarà ricordato più come "il cinecomic d'autore", "il cinecomic realistico" (categorie - non scordiamolo - già utilizzate negli anni per definire i film di Burton, Singer, Raimi e soprattutto Nolan) o più come apripista di un nuovo e imprevedibile successo? Per il momento restiamo a goderci lo spettacolo...




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