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Tar

Luigi Ercolani


La calunnia è un venticello./Un’auretta assai gentile/ Che insensibile, sottile, /Leggermente, dolcemente,/Incomincia, incomincia a sussurrar”. L'opera è Il Barbiere di Siviglia, e chi pronuncia queste parole è Don Basilio, maestro di musica, che spiega a Don Bartolo cosa sia la calunnia, e quanto possa essere devastante: partendo piano, essa via via si propaga fino a diventare tonante come un colpo di cannone, ed il soggetto che la subisce è costretto a subire un pubblico flagello che alla fine lo conduce alla morte, spirituale se non materiale.

Quasi si rifacesse direttamente a Gioacchino Rossini, Todd Fields disegna per il suo personaggio, Lydia Tar, una parabola del tutto simile. Allo spettatore non vengono mostrate quali siano state le effettive le responsabilità della protagonista, che sono lasciate ad accenni smorzati, en passant: ciò di cui invece chi guarda è reso edotto è il trattamento riservato ad una direttrice d'orchestra che sta vivendo un momento florido della sua vita professionale.

Tar, candidato agli Oscar 2023, è anzitutto un film sul potere dato dai social network alle persone comuni di distruggere, sulla base di sospetti o mezze verità, la vita di qualcun altro solo perché in quel momento si è deciso così. L'alone di giustizialismo puritano, di perbenismo forcaiolo che si sta propagando negli Stati Uniti negli ultimi anni, trova in questo lungometraggio una traduzione cinematografica di primissimo piano.

Questa possibilità di distorcere la vita di chicchessia sulla base di pochi elementi circostanziali diventa ancora più agevole, se il soggetto preso di mira di discosta dai canoni che l'opinione pubblica si aspetta che rispetti, spesso basati sul background (vero o solo narrato fa ormai poca differenza, nella società di oggi). E Lydia Tar, pur con tutti i suoi difetti, è una persona che non rispetta gli schemi, che ha la forza delle sue opinioni, espresse senza remora, e senza paura di apparire una mosca bianca, per non dire proprio impopolare.

Le tante parole tutte uguali che vediamo provenire oggi dallo star system sono la controprova che smentisce, inoltre, l'eventuale obiezione secondo la quale è il suo status a garantirle questa libertà di espressione. La protagonista dice quello che pensa perché lo pensa, e non quello che le conviene solo per rimanere a galla in tempi di ipotetiche (e poi concretizzate) vacche magre.

Il regista qui sembra esprimere una visione caustica, quasi disillusa, rispetto alla realtà contemporanea. Non importa quanto persona di cultura qualcuno possa essere, o quanto quest'ultimo possa esprimere concetti sensati e logici: se qualcun altro si sentirà offeso da quanto il primo individuo ha detto, alla prima occasione utile si scatenerà su di esso una tempesta mediatica difficile da placare, che si abbatterà su tutti gli aspetti della sua persona.

E così diviene marginale anche la leadership di Lydia, pur essendo essa esercitata senza eccessi, ma anzi, in maniera adeguatamente empatica (anche grazie alla straordinaria Cate Blanchett), pur nelle difficoltà che la leadership stessa inevitabilmente sempre presenta. Anzi, per certi versi essa, di fronte ad una gogna pubblica che evidentemente non accetta chi si discosta dagli standard prefissati, risulta a conti fatti un'ulteriore zavorra.


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