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Ferrari

di Luigi Ercolani


La prima e più grande preoccupazione che un italiano può avere, quando Hollywood si occupa di storie nostrane, è il trattamento riservato al nostro Paese. Sono infatti innumerevoli i casi in cui la cinematografia statunitense ha fatto strame della storia, della cultura, della tradizione e finanche della forma mentis italiane, offrendo un'immagine distorta, un po' per fini diegetici, un po' per effettiva ignoranza e/o superficialità, della nostra terra.

Ecco, il primo punto a favore di Ferrari è sicuramente che questo approccio dozzinale è pressoché inesistente. Sì, magari qualche cliché qua e là, soprattutto inizialmente, è presente, ma nel complesso rientra nella normale contestualizzazione di una produzione che, in fondo, è pensata e realizzata in prima battuta per rivolgersi ad un pubblico a stelle e strisce, che recepisce un'immagine degli italiani legata soprattutto allo stereotipo degli emigrati negli Stati Uniti, i quali provenivano, dicono alcuni studi,.in larga parte dal Meridione.

Nonostante ci siano dunque alcuni marginali elementi eterodossi rispetto al contesto emiliano, chiaramente riconducibili alla summenzionata stereotipizzazione, è bene evidenziare come il film di Michael Mann sia alquanto rispettoso della regione che narra, ed in cui è stato girato. L'Emilia-Romagna sembra anzi quasi, in termini di importanza, crescere parallelamente al suo brillante ingegnere, come fosse una seconda protagonista che risalta ed allo stesso tempo fa risaltare lo stesso personaggio principale.

Il quale non è affatto dipinto come un uomo solo al comando, come geniale stratega che riesce a trovare l'intuizione vincente grazie ad un grande mix di intelligenza ed esperienza. O meglio, tali elementi fanno sicuramente capolino, ma si innervano in una personalità complessa, ricca di contraddizioni, e segnata da un dramma personale (la morte del figlio Dino) che solo il piccolo Piero, nato da una relazione extraconiugale, riesce in un qualche modo (ma solo parzialmente) a compensare.

Uomo intelligente e determinato, dittatoriale e senza tanti scrupoli al punto da essere soprannominato “Drake”dagli avversari britannici che in lui rivedevano l'approccio dell'omonimo corsaro al sevizio della regina Elisabetta I, Enzo Ferrari è stato forse il più insigne rappresentante di un'imprenditoria emiliana che, malgrado gli smacchi della vita ed un contesto sociale, quello del Secondo Dopoguerra, assai difficoltoso, è stata in grado di rimboccarsi le maniche e dare vita ad aziende che vanno oltre la quotidianità e sconfinano nel mito. Un altro esempio in questo senso potrebbe essere un altro modenese, quel Giuseppe Panini, il quale, curiosamente, racconta il giornalista di Formula 1 Leo Turrini, fu assunto dallo stesso Ferrari, che però un giorno gli consigliò di dimenticare i motori e dedicare ad altro la propria creatività.

A questo punto è immaginabile che la domanda nel lettore sorga spontanea: “Ma in Ferrari c'è anche spazio per l'automobilismo?”. Sì. Ci sono, ed in quantità considerevoli, rombi di motore, sorpassi, curve, accelerate, sterzate, e le morti che frequentemente caratterizzavano le corse in auto dell'epoca.

E c'è anche l'interrogativo, già riscontrato in Gran Turismo, che fa chiedere allo spettatore cosa possa spingere una persona sana di mente ad infilarsi in un abitacolo stretto e a lanciarsi a velocità folli per competere con altri che hanno il suo medesimo incosciente sprezzo del pericolo. Se c'è una persona che può rispondere, quella è Ferrari.

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