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L'ordine del tempo

di Luigi Ercolani


Cosa succede se incroci l'attuale commedia all'italiana, l'esistenzialismo della Nouvelle Vague francese, il disaster movie hollywoodiano e inserisci qua e là qualche riferimento ad Interstellar di Christopher Nolan? Succede che in teoria metti insieme gli ingredienti per un film interessante, ma il problema è poi vedere come li mescoli.

Sin dall'inizio appare chiaro che il lungometraggio ispirato ai temi trattati dal fisico e divulgatore scientifico Carlo Rovelli nel suo omonimo libro è un miscuglio eterogeneo, in cui le diverse esperienze summenzionate compaiono individualmente, invece di compenetrarsi ed amalgamarsi. L'incipit prosecutore della tradizione ormai consolidata della più recente commedia italiana svolta quindi ben presto verso il tema da “fine del mondo”, e questo tramite l'escamotage dell'asteroide che sta per incontrare l'orbita terrestre, ormai parte di una lunga tradizione cinematografica che va dal classico Armageddon-Giudizio finale (Michael Bay, 1998) al fin troppo politicizzato Don't look up (Adam McKay, 2021).

La tappa successiva, invece di una corsa contro il tempo per salvare la Terra come accadrebbe nelle produzioni statunitensi, assume la forma di una riflessione sulla vita, sulle dinamiche complesse che la accompagnano, sul tempo che abbiamo a disposizione come esseri umani e su come lo usiamo, o lo abbiamo usato in passato. Intuizione azzeccata, che tuttavia finisce per estrinsecarsi in maniera dispersiva tra riflessioni en passant sul negazionismo (storico, ma anche climatico) che non hanno una vera coerenza con il discorso intrapreso, ricordi di relazioni omosessuali vissute da alcuni dei protagonisti, trito confronto tra scienze naturali e scienze umane, tensioni latenti che trovano sfogo solo con la probabile imminente cancellazione del genere umano e, ça va sans dire, ritorni di fiamma in zona Cesarini.

Tutto questi input, che pure meriterebbero uno spazio singolo per essere sviluppati più in profondità sono invece buttati lì alla rinfusa. E se è vero che i dialoghi da cui questi temi emergono sono talvolta coinvolgenti, bisogna tuttavia rimarcare come tanto la quantità dei temi stessi quanto la loro alternanza continua non offrano allo spettatore il tempo necessario di riflettere su di essi per conto proprio.

In un lungometraggio in cui è dunque frequente il richiamo al ruolo cruciale della scienza nella società contemporanea, ad offrire le parole più sagge ed è equilibrate è invece, paradossalmente, una donna di fede. In merito al rischio della fine del genere umano, il personaggio pur secondario di suor Raffaella non si rifugia infatti, come ci si attenderebbe dai cliché cinematografici, in un fatalismo etereo, ma adotta un sobrio pragmatismo, ricordando sia alla sua interlocutrice sia allo spettatore che l'essere umano rimane sempre e comunque in balia di eventi che può controllare solo in minima parte, per quanto in realtà esso provi sempre ad autoilludersi di essere artefice del proprio destino.

A funzionare, infine, è altresì l'atteggiamento di apertura adottato dai personaggi, che superano i momenti di tensione facendo leva sui sentimenti che li legano, sull'affetto che li unisce, disponibili a ridimensionare i reciproci torti. Insomma, in un film che nasce come inno alla scienza, alla fine a fare la miglior figura sono la Fede e l'Amore. Che non è comunque poco.


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