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Sound of Freedom

di Luigi Ercolani 


Oltre il pregiudizio, c'è il cinema. Ed il cinema è arte: un lungometraggio può essere perfetto o discutibile, estetico o antiestetico, politico o neutrale, propagandistico o meramente narrativo, ma resta sempre un'opera d'ingegno che, come tutte le opere d'ingegno, inizia e finisce nella cornice diegetica in cui è inserito.

Tale assunto, in termini di onestà intellettuale, è basilare per chiunque si approcci ad operare una critica cinematografica. Risulta perciò alquanto fuori luogo che molte recensioni riguardanti Sound of Fredoom si siano invece concentrate più su aspetti che hanno a che vedere con le idee di chi lo ha prodotto, piuttosto che con il racconto in sé.

Alla fine della visione ci si accorge che quello diretto da Alejandro Monteverde non è, come lo ha definito il passaparola, un film “che non vogliono farci vedere”, perché comunque è giusto evidenziare come abbia trovato spazio in circuiti anche rilevanti. Allo stesso tempo, però, non è nemmeno un film che, come è emerso da una certa critica decisamente troppo schierata, faccia leva su istanze contestatarie, in quanto, anzi, solleva una questione troppo spesso snobbata dalla stampa generalista, e che invece meriterebbe attenzione.

La questione dello sfruttamento sessuale dei minori, infatti, è una piaga che risulta particolarmente diffusa, tant'è che l'associazione Save The Children rimarcava come, nel 2016, si attestassero attorno ai dieci milioni i bambini ed adolescenti venduti e sfruttati a fini sessuali. Un grave delitto verso la dignità della persona umana, specie in ragione del fatto che si tratta di innocenti incapaci di difendersi, e che assume tratti di responsabilizzazione collettiva nel momento in cui, come evidenzia Sound of Freedom, questa tratta avviene anche, e forse soprattutto, a vantaggio dei paesi ricchi.

L'indagine al centro della vicenda, realmente avvenuta, parte infatti proprio da quei cittadini statunitensi che risultano gli utilizzatori finali di tale empio agire, risalendo fino ai criminali che approfittano della povertà per procurare gli oggetti del desiderio (perché, di fatto, l'essere umano viene oggettivato) a chi possa permetterseli. Una prevaricazione del forte sul debole, dunque, ed in questo senso il film chiama ogni singolo spettatore ad una presa di coscienza in merito ad un vulnus che, pur doloroso, raramente trova invece spazio nella notiziabilità quotidiana.

La scelta di proporre molti primi piani e dettagli sembra proprio avere la funzione di portare chi guarda vicino tanto ai malfattori quanto, soprattutto, alle vittime di questa immane tragedia umana, preferendo quindi un impatto emotivo ad uno più cerebrale. Tale approccio molto diretto, ed in alcuni frangenti persino molto crudo, ha il merito però di rimanere impresso in maniera più vivida, più sentita, risultando quindi più efficace ai fini della summenzionata presa di coscienza, ricordando la sacralità della vita umana e la necessità di operare il bene anche quando sarebbe più facile astenersi o rimanere indifferenti.

A rimarcare il coinvolgimento emotivo e la durezza di certe scene ci sono inoltre i ritmi serrati della narrazione, i quali mantengono viva l'attenzione dello spettatore al punto da trasmettere quasi la sensazione di un dramma che non conosce mai una fine. Proprio per questo, al di là del messaggio che reca con sé, Sound of Freedom si qualifica anzitutto come thriller di qualità, come pochi se ne sono visti in tempi recenti. E questo a prescindere da certe critiche pregiudiziali, largamente ingenerose.

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