I figli degli altri

Aggiornamento: 8 ott


di Luigi Ercolani


Diceva qualcuno che avere figli significa accettare che una parte di te si stacchi e cammini con le sue gambe. Una predisposizione d'animo non facile, ma che diventa più curiosamente interessante nel momento in cui, come nel caso del film di Rebecca Zlotowski, la parte in questione non si è staccata dalla protagonista, ma è se lo fosse.

Virginie Efira in questo senso offre non solo il corpo, ma proprio il suo spessore attoriale, a una Rachel che, alla soglia dei quarat'anni, scopre in sé un desiderio di maternità che prima era solo sopito. Ciò avviene grazie all'incontro con Leila, la figlia che il suo nuovo compagno ha avuto dalla sua precedente relazione.

Per questa situazione di eccezionalità, la regista sceglie un contesto culturale che si presenta come altrettanto eccezionale: Rachel, infatti, proviene da una famiglia di cultura ebraica, non eccessivamente osservante ma allo stesso tempo attenta al rispetto delle tradizioni religiose; Alì, il suo partner, è invece di origine araba, e dunque appartenente a una contesto islamico. In questa scelta, Rebecca Zlotowski mette molto della sua storia personale, che la vede figlia di due genitori ebrei, di origini rispettivamente polacche, il padre, e marocchine, la madre.

Tale mélange rende perfettamente in grado la regista di padroneggiare la questione sia della minoranza etnica araba che di quella religiosa ebrea, inserendo richiami alle tradizioni di entrambe senza però calcare la mano. Così facendo, gli elementi caratteristici delle queste culture rappresentate possono entrare in maniera discreta nel quadro del quotidiano senza, per questo, andare ad incidere in maniera gratuitamente gravosa sulla vita dei personaggi, e di conseguenza sulla narrazione.

Non è una storia di pregiudizi reciproci da sfatare, dunque, ma di mondi diversi che si incontrano. Che sono in prima battuta quello maschile e quello femminile, che solo in un secondo momento vengono declinati secondo le rispettive culture. In tale contesto si innervano una paternità realizzata e maternità non realizzata che dialogano, senza tuttavia riuscire a capirsi mai fino in fondo.

Ciò che colpisce in particolare, inoltre, è la riflessione al femminile riguardante Rachel, ovvero tra ciò che poteva essere ma non è stato e ciò che potrebbe ancora essere se le condizioni saranno propizie. Esiste poi, meno in vista ma non per questo meno importante, una seconda riflessione al femminile, che concerne la figura della madre e gira attorno al rapporto a volte sereno, a volte contrastato, tra Rachel e Leila.

Questo film sembra dire dunque che una madre può essere non solo di sangue, ma anche putativa. Soprattutto se, come nel caso di Rachel, si è anche un'insegnante e si vive la propria vocazione di educatrice in maniera autentica, profonda, credendo pervicacemente e profondamente anche in quei giovani che alla maggior parte delle persone appaiono irrecuperabili.

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