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Superluna

di Luigi Ercolani


Guardando Superluna, tornano in mente le parole di papa Benedetto XVI ad Onna, nel 2009, in occasione della sua visita alle zone terremotate d'Abruzzo: “Mi rendo ben conto che, nonostante l’impegno di solidarietà manifestato da ogni parte, sono tanti e quotidiani i disagi che comporta vivere fuori casa, o nelle automobili, o nelle tende, ancor più a causa del freddo e della pioggia. Penso poi ai tanti giovani costretti bruscamente a misurarsi con una dura realtà, ai ragazzi che hanno dovuto interrompere la scuola con le sue relazioni, agli anziani privati delle loro abitudini”, Parole non dissimili, peraltro, a quelle che lo stesso pontefice da Carpi indirizzò, tre anni dopo, agli abitanti dell'Emilia-Romagna, colpiti dal medesimo dramma.

Con il suo nuovo film, Federico Bondi traduce in linguaggio cinematografico quanto fu evocato da Benedetto XVI, ovvero la precarietà del vivere all'addiaccio, la paura di fronte al nuovo manifestarsi di eventi naturali incontrollabili, il malessere dei più fragili quando crollano le mura di casa, e con esse le poche certezze a cui sono soliti aggrapparsi. Il regista fiorentino opera ciò in maniera precisa a tal punto che anche lo spettatore, in alcuni frangenti, ha la sensazione di far parte anch'esso della comunità stretta nell'emergenza.

Ma “emergenza” ha la stessa radice etimologica di “emergere”. Ed ecco che, con l'unirsi di diversi nuclei comunitari, appunto emergono rapporti prima impensabili: si rafforzano legami già stretti con chi si frequentava poco e se ne formano di completamente nuovi con chi in precedenza proprio non si conosceva.

Forse è per questo che il regista sceglie anzitutto di adottare il punto di vista di una bambina di circa una decina d'anni, Viola, che affronta la vita successiva al sisma come una sorta di campeggio prolungato. Quella è infatti l'età ancora foriera di un approccio agli eventi meno disincantato e più diretto, che favorisce dunque anche l'instaurarsi di legami non inquinati da quel pregiudizio che matura in seguito, a causa delle tempeste che via via affrontiamo.

Proprio partendo da tali dinamiche di spontaneità, è allo stesso tempo affascinante e struggente leggere il tessuto di interrelazioni che il dramma ha costretto a costruire, così come anche le scorie dei dissapori reciproci che non di rado riemergono, causati dagli inevitabili difetti dell'essere umano. Il terremoto porta tutto questo con sé, e lo scuote costringendo ogni individuo a mediare tra la propria insofferenza verso qualcuno e la ragione superiore della necessità di fare fronte comune al fine di superare la notte.

L'occhio di Viola è in fin dei conti un occhio buono e sincero, ancora capace di essere felice nel poco e di indignarsi di fronte ai torti che gli adulti, spesso assoggettati alla routine, commettono, e sulla cui gravità spesso soprassiedono, considerandoli parte integrante dell'esistenza, quando non proprio un diritto. Il regista sembra così invitare lo spettatore, in qualsiasi fascia d'età egli si trovi, ad adottare in prima persona la prospettiva della protagonista, quella che trova del buono anche nella tragedia e che dice no alla mancanza di rispetto verso il prossimo.


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