The Boys e la critica al suprematismo bianco




di Lorenzo Meloni


A un certo punto in The Boys 2 viene introdotto un personaggio nuovo, Stormfront. La potentissima supereroina si fa rapidamente strada nel consenso pubblico, primo criterio da soddisfare, nel mondo della serie come in quello reale di oggi, se si aspira ai piani alti. Arrivata in cima (cioè nei 7, il gruppo di eroi di più alto profilo al mondo) instaura col leader Homelander una relazione morbosa dove il feticcio sessuale sembra essere una forma di narcisismo superomistico con sfumature nietzschiane. A eccitarli non è solo il brivido dell’omicidio che soddisfa le loro pulsioni sadiche, ma la sensazione di essere intoccabili perché onnipotenti e per lo status di cui godono. Neanche tanto implicitamente, il loro senso di superiorità nei confronti dei “semplici” esseri umani si tinge di sfumature razziali, perfettamente coerenti con un personaggio come Homelander, di cui già conoscevamo i legami con l’estrema destra repubblicana in odore di suprematismo bianco.

La tematica del razzismo strisciante nei meandri dell’establishment statunitense si fa sempre più centrale via via che iniziano a emergere i primi elementi sul passato di Stormfront. I Boys raccolgono la testimonianza di un’anziana donna di colore che nei violenti anni ‘60 perse il fratello, massacrato in stile KKK e ingiuriato con epiteti razzisti da una donna identica a quella che oggi siede ancora giovane e arrogante nello studio dei 7. Ma allora Stormfront quanti anni ha? Molti, come scopriamo in seguito nel principale colpo di mano di questa seconda stagione. Talmente tanti che esistono foto in bianco nero, un po’ sgranate, che la ritraggono al fianco di Hermann Göring e dello stesso fuhrer Adolf Hitler. La serie getta una delle sue carte più pesanti e ricollega l’“azienda dei supereroi” Vaught (il cui fondatore era un tedesco espatriato) direttamente all’orrore nazista.


Due dubbi ci trattengono dall’applaudire a scena aperta un simile link storico. Il primo, per quanto scomodare Hitler possa apparire la stoccata definitiva all’America di Trump da sempre attaccata da The Boys, è che questo possa all’opposto apparire come una deresponsabilizzazione. Gli Americani hanno costruito gran parte della propria credibilità storica e morale sulla sconfitta del nazismo: a ricondurre allo storico nemico (straniero) i mali di questo mondo marcissimo non si rischia di spostare l’attenzione dalle specificità tutte americane, siano esse moderne o mai morte come il razzismo, del problema? Finora, nichilista e disperato com’è, lo show aveva rifiutato la – pur legittima – retorica dei buoni valori americani che lottano per non farsi travolgere da disvalori assoluti. Ora che invece sembra abbracciarla, il rischio è di rendere più ambigua, depotenziandola, la critica a un presente dai caratteri inconfondibili.


Il secondo dubbio riguarda l’uscita allo scoperto di The Boys come serie di orientamento liberal. Non fraintendiamo, che il principale bersaglio fossero le follie del trumpismo era stato chiaro fin dall’inizio, ma se c’è una cosa distingue la serie nel momento convulso e caotico che viviamo, è la lucidità con cui alla critica di una parte non fa mai corrispondere l’acritica elevazione dell’altra. A differenza di gran parte del panorama cinematografico e televisivo mainstream – soprattutto quella Disney che chiaramente si è scelta come nemesi/alter ego parodiando in lungo e in largo il Marvel Cinematic Universe – in The Boys ad esempio la critica al razzismo è vera e definitiva proprio perché non si rifugia nella proposta di personaggi neri agiografici, e lo stesso dicasi per tutti gli altri temi caldi contemporanei. Nel corso di due stagioni si è permessa ritratti femminili, omosessuali e di minoranze razziali di una negatività che pochissimi prodotti culturali oggi oserebbero, ottenendo per un paradosso solo apparente di rinforzare il suo messaggio egualitario dando alle minoranze l’agognato premio della tridimensionalità, dell’ambiguità, del realismo.


Il bello, insomma, è che The Boys sembrava fra le poche serie con il coraggio per guardare davvero in faccia la realtà in un senso sfumato e complesso. La lotta non è quella fra i buoni e i cattivi, e comunque i cattivi non sono il Male assoluto ma quello organico al momento presente. Anche in questo senso, l’inasprirsi delle dicotomie, il perdersi di certe sottigliezze e sfumature, il profilarsi di uno scacchiere ideologico troppo preciso negli schieramenti rischiano di toglierle parte del suo potere di comunicazione trasversale, di quella lucidità che abbiamo tanto ammirato.




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