The Crown - stagioni 1 e 2



di Lorenzo Meloni


Ci siamo finalmente messi in pari con The Crown, ispirati dall'uscita della quarta stagione (seconda col nuovo cast) nello scorso novembre. Data la scelta avvenuta fra seconda e terza stagione di effettuare un recasting totale, ci sembra logico dividere la riflessione secondo quest'asse di simmetria, tenendo conto delle differenze stilistiche, di tono e tematiche che tale aggiornamento non può non aver prodotto. Elemento fondamentale per qualunque serie tv, fra i più indispensabili che il mezzo televisivo possieda per plasmare il racconto e fidelizzare i propri spettatori, la relazione simbiotica fra ruoli e interpreti è in un certo senso tematizzato all'interno della narrazione stessa, con la sua enfasi metatestuale e meta-storica sulla difficoltà di far calzare a imperfetti esseri umani quei paramenti di perfezione che si richiedono agli abitanti di Buckingham Palace. The Crown in un certo senso è tutta qui, nell'affascinante contrasto fra una sontuosa messa in scena period capace di restituire il fasto materiale e simbolico della Corona (distribuisce Netflix ma producono - con ben altri mezzi – Left Bank e Sony) e il materiale umano che soffre, si contorce, cerca con ogni mezzo di sfuggire al suo diktat, quello di un soggetto trascendentale al cui cospetto ogni tipo di personalismo è costretto a sbiadire. Sullo sfondo corre a perdifiato la storia inglese del '900, le battaglie fra laburisti e tories, gli ultimi anni di attività politica di Churchill, la Grande Nebbia di Londra e la disfatta di Suez contro Nasser; ma almeno per le prime due stagioni tutto questo lo viviamo in modo indiretto, filtrato attraverso l'esperienza della giovane neo-eletta sovrana Elisabetta di Windsor (Claire Foy) e di suo marito Filippo Mountbatten (Matt Smith) pedinati nel loro mai concluso processo di adattamento agli obblighi di un onore/onere toccato loro in sorte per uno scherzo del destino.



Elisabetta diventa regina nel 1952 succedendo al padre Giorgio VI, l'uomo che fu sul trono durante la tragedia della seconda guerra mondiale e la cui celebre lotta contro le sue difficoltà di pronuncia era stata qualche anno fa al centro del pluripremiato Il discorso del re (2010).Proprio il dualismo fra il riluttante Giorgio e suo fratello Edoardo, brevemente sovrano prima di abdicare in suo favore nel 1936, rappresenta uno dei cardini dell’universo simbolico della serie, un precedente di scandalosa irripetibilità con cui volta a volta devono confrontarsi tutti i membri superstiti della famiglia. Elisabetta, Filippo e soprattutto Margaret (un’indimenticabile Vanessa Kirby) oscillano continuamente fra la forza centripeta e tradizionale dell’etichetta reale e quelle centrifughe dell’amore, della vanità e del confronto con un mondo sempre più moderno, dove tutto ciò rischia di diventare anacronistico.

Per il period drama questa storia “così lontana, così vicina” costituisce terreno estremamente fertile per far valere i diversi aspetti del proprio fascino: storia antica di corte, di parate e incoronazioni; storia moderna di novecento, dirette televisive e campagne propagandistiche. The Crown riesce particolarmente bene a tenere in equilibrio le esigenze più escapiste del genere (nel senso di fuga in una realtà parallela, altra, affascinante per la sua differenza da noi e dall’oggi) e il nostro desiderio di sentirci rappresentati, di rivederci all’interno delle vicende, come riesce particolarmente facile in compagnia di questi ragazzi e ragazze così familiari, tutt’ora viventi, costantemente in lotta con uno statuto semi-divino che sembra comunque tremare sulle proprie fondamenta. I creatori hanno colto in pieno il brand value della corona inglese, quel misto di trascendenza e quotidianità (continuamente pedinata dai tabloid) che costituisce al contempo il puntello su cui si è mantenuta in equilibrio negli ultimi decenni la sua immagine pubblica e l’aggancio perfetto per una serialità televisiva di altissimo profilo come questa.




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