Pose




di Lorenzo Meloni


Si può dire che con Pose (2018-in produzione) trovino il loro apice teorico ed espressivo le politiche culturali abbracciate da Netflix in questi ultimi anni. Preso atto della progressiva messa in crisi del sistema ideologico hollywoodiano e cinematografico-televisivo in genere, sotto continuo attacco social da parte dei movimenti per la difesa delle minoranze esplosi mediaticamente al seguito di #metoo, il colosso degli OTT si è brillantemente inserito nel clima contemporaneo, costruendosi un po’ alla volta come principale faro dell’inclusività razziale e gender in ambito mainstream.

Creatura di un autore queer del calibro di Ryan Murphy, Pose riveste un’importanza storica indubitabile innanzitutto per essere stata la prima serie (ma in genere prodotto culturale) di alto profilo a rispondere alle rivendicazioni da parte dei movimenti LGBTQI+ per quanto riguarda la maggior presenza di appartenenti alle minoranze nelle crew e soprattutto tra i volti dei cast dell’entertainment americano, le stesse che negli ultimi mesi hanno portato l’Academy alla tanto discussa rivoluzione copernicana sui criteri di rappresentazione per le opere candidabili all’Oscar.

Il cast, peraltro di assoluto rilievo, conta quindi fra le sue fila moltissime personalità del panorama gay e transgender statunitense, illustri e bravissimi sconosciuti trainati dal carisma esplosivo della star di Broadway Billy Porter (non a caso fra i conduttori della scorsa edizione degli Oscar). Tolti i veterani James Van Der Beek (Dawson’s Creek, How I Met Your Mother), Evan Peters (X-Men – giorni di un futuro passato, American Horror Story) e Kate Mara (House of Cards, 127 ore) si può anzi dire che gli appartenenti alle minoranze costituiscano il 100% dei volti in scena, in ottemperanza ai principi cari agli attivisti liberal che vogliono che alla maggior rappresentazione di personaggi queer corrispondano nuove opportunità per interpreti di identità non normative.




Pose è ambientata nella comunità LGBT della New York anni ‘80, piagata clinicamente e socialmente dalla diffusione dell’AIDS, svalutata dal rampantismo reaganiano che nel frattempo stava livellando sempre più verso il basso gli strati meno abbienti della popolazione americana, ma ugualmente dotata di straordinaria vitalità e fermento culturale. Ai meriti della serie va quindi aggiunto un non indifferente valore di documento, capace di ridar vita con dovizia di dettagli a un affascinante mondo parallelo altrimenti perduto per chi non si cimenti in studi socio-antropologici o di Gender. Scopriamo così dell’esistenza dei Ball, feste a metà strada fra sfilata di moda, gara di ballo e kermesse di culturismo, dove la comunità gay, trans e drag si sfidava in competizioni fra “case” non diversamente dalle crew che negli stessi anni iniziavano ad affollare le rap battle del mondo Hip-hop. Impariamo che una casa era tale di nome e di fatto, dentro e fuori dalle competizioni, contrada/comune in cui si abita insieme, si provvede economicamente e moralmente al sostentamento dei “fratelli” e “sorelle”, e soprattutto si è alle dipendenze di una madre, leader nelle sfide del ball ma vera e propria genitrice putativa nella vita di tutti i giorni.

Nel racconto della vita quotidiana di Blanca (MJ Rodriguez) e dei bimbi sperduti che un po’ alla volta accoglie nella House of Evangelista, fondata dopo una diaspora che l’ha portata a separarsi dalla propria casa d’origine per mettersi in proprio, Pose centra alla grande un obiettivo duplice: da una parte finalmente una vera normalizzazione del mondo Lgbt, non opposto allo spettatore (magari più conservatore) con quel piglio fra predicatorio e vittimista che ormai rischia solo di nuocere alla causa ma tratteggiato con commovente calore umano, non perdendo occasione di esplorare nel dettaglio ogni singola storia, facendoci respirare all’unisono con queste persone come con veri amici o famiglia. Dall’altra, mentre l’ombra della Trump Tower si stende su quegli anni ‘80 a gettare un ponte fra problematiche di ieri e di oggi, il ritratto utopico di un presente-futuro possibile, sempre fra dubbi e paure ma con la convinzione di vincere infine la battaglia per la propria identità.




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