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1917




di Lorenzo Meloni


Il peggio che si possa dire di un film è di non averci trovato dentro nulla di nuovo, di stimolante o anche solo di efficace. Purtroppo l'impressione che chi scrive ha avuto di 1917 somiglia molto a questo tipo di smarrimento. Il film di Sam Mendes - dedicato a un nonno che per fortuna tornò sulle sue gambe dalla Grande Guerra per raccontarla ai suoi nipoti - potrebbe essere, se non certo il più "brutto", il più blando, inconsistente e impalpabile su questo tema capitale che tanti capolavori ha ispirato, volti ad esempio all'esplorazione di una nobiltà e comunanza che attraversa le futili barriere degli schieramenti (La grande illusione) o al contrario della perversione animalesca e meccanica di eserciti e soprattutto comandanti (Orizzonti di gloria).

Come in Dunkirk di Nolan - sul cui successo la campagna marketing di 1917 ha lucrato non poco, con trailer e manifesti che ne ochieggiavano la fredda e composta eleganza, la fotografia plumbea, l'ossessiva colonna sonora di Hans Zimmer - c'è un intero reggimento inglese che bisogna salvare dal macello, recapitando una lettera dell'alto comando che intima di fermare l'attacco prestabilito per non cadere nella trappola dei tedeschi. Anche qui perciò si tratta di una corsa contro il tempo: due soldatini di trincea partono dalle retrovie e si inoltrano nel cuore stesso dell'inferno, verso le prime linee. Uno è piuttosto riluttante, l'altro è motivato dalla presenza di suo fratello fra i soldati che rischiano di cadere nell'imboscata.

Recensire un film così preoccupato della forma come 1917 impone qualche riflessione sullo stile, improntato - come ampiamente noto e pubblicizzato - all'uso di un piano-sequenza quasi ininterrotto, con solo alcuni raccordi digitali. La fotografia è del maestro Roger Deakins, storico collaboratore dei fratelli Coen, divenuto finalmente un selling element rilevante a seguito della tardiva vittoria del premio Oscar per il lavoro svolto in Blade Runner 2049. Diciamo "selling element", in maniera un po' sprezzante e sminuitiva, perchè purtroppo questa dimensione commerciale ci fornisce l'unico appiglio per processare un radicalismo di stile altrimenti francamente incomprensibile, ma che diventa capibilissimo se pensiamo a quanto negli ultimi anni l'Academy abbia dimostrato di gradire questo genere di virtuosismo, anche laddove (esemplare il caso di Revenant) permangono grossi sospetti di gratuità.

Altrimenti ciò che ci rimane è un mucchio di domande, di spunti subito abortiti, e forse provocati fin dall'inizio più dalla nostra speranza di ricavare qualche stimolo che non dalla loro effettiva presenza. 1917 è un "film-esperienza" come molti stanno dicendo? Idealmente si potrebbe essere d'accordo, con riferimento al senso di immersione provocato dall'assenza quasi totale di stacchi. In pratica però, il tutto ha un tale aspetto di artificialità, calcolata freddezza, disinteresse per il brivido ancestrale che trovarsi su quei campi di battaglia potè provocare, da renderci dubbiosi sull'eventualità di considerarlo un "film-parco a tema" o addirittura "film-videogioco" (definizioni già molto utilizzate). È un film patriottico vecchio stile, sulla scorta di Salvate il soldato Ryan? Di nuovo la sceneggiatura imporrebbe di dire di sì, specie viste la catarsi finale e un paio di sequenze tese a sottolineare la differenza fra disinteressato eroismo inglese e spietato calcolo tedesco. Ma il film è troppo schiacciato sul suo stile roboante per preoccuparsi abbastanza di personaggi, intreccio, ideologia, simbologia, Storia o morale. Altre chiavi di lettura circolanti nel dibattito (dal banale apologo sulla crudeltà della guerra ad accenni di spirito di insubordinazione e critica alle alte sfere del comando) ci sembrano semplicemente inconsistenti, e davvero restiamo un po' dubbiosi e sconfortati dalla totale apatia indotta durante la visione da 1917, un film candidato a dieci Oscar che ci è sembrato fra i più spenti e furbi dell'anno.

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