"Alba di gloria" a Il Cinema Ritrovato 2020



di Lorenzo Meloni


C’è un’inquadratura ricorrente in Alba di gloria (Young Mr. Lincoln, 1939) che è un po’ l’emblema di tutto il periodo “rooseveltiano” di Ford e in particolare dei film con protagonista Henry Fonda: Lincoln seduto su una sedia, le gambe appoggiate a scrivanie o banconi, reclinato all’indietro e quasi in procinto di cadere. La stessa posa, solenne e perfino aggraziata nella sua innaturalità, che il duo renderà iconica qualche anno dopo in Sfida infernale (1946), dove Wyatt Earp si dondola mollemente sulla sua seggiola puntellandosi con gli stivali contro la staccionata della veranda. Questa buffa contorsione è spesso interpretata dagli esegeti fordiani come correlativo di una ricerca di equilibrio, inteso come quell’armonia sociale per cui l’eroe combatte facendo fronte alla minaccia brutale della wilderness che ancora si annida ai confini della città.


E di minaccia si può davvero parlare, anche se la Springfield, Illinois dove il giovane futuro presidente muove i primi passi nell’avvocatura non è certo la Tombstone assediata dai banditi di quel più tardo capolavoro. Dopo aver minuziosamente introdotto la città come un’oasi di vita lussureggiante e pittoresca, fra giochi e musica da festa paesana che come spesso succede richiamano le atmosfere celtiche dell’Irlanda natìa, a Ford bastano poche pennellate per spegnerci il sorriso sulle labbra: sempre come in Sfida infernale qualcuno grida a “un indiano ubriaco” (il marchio inequivocabile del caos); poi un uomo muore accoltellato, in una radura buia da incubo gotico, e la folla pronta al linciaggio dei colpevoli riconverte in un attimo l’energia delle danze in furia omicida, i fuochi della festa in fiaccole, gli attrezzi agricoli in armi da scanno. Solo l’intervento di Lincoln, che ammansisce i paesani con dolcezza e severità da maestro elementare, salva la situazione, ma l’incantesimo – anche se solo per un attimo – si è spezzato dandoci prova tangibile della fragilità del patto civile, della possibilità di regressi bestiali.



Il distacco dalla figura di Earp, in questo film dall’approccio “plutarchèo” dove al monumento è sì restituita tanta umanità, ma esso resta pur sempre icona fondante di un èthos ed è quindi evidentemente dotato di risorse morali e intellettuali superiori al comune mortale, sta nel diverso grado in cui lo stesso protagonista affronta la mutazione dal barbarico alla civiltà. Lo sceriffo di Tombstone nasce violento,

mandriano e uomo d’armi, non particolarmente diverso dalla banda dei Clanton che affronterà all’O.K. Corral, e solo col tempo si affina e si sgrossa fino a diventare compiutamente uomo. Nel caso di Lincoln invece, Ford preme continuamente sul pedale dell’autonomia, dotandolo di una saggezza quasi soprannaturale che sembra antecedere cronologicamente e ontologicamente qualunque possibilità di miglioramento: anche prima di trovare i polverosi libri su cui studierà legge, è già un colto letterato e oratore autodidatta, che potrebbe tranquillamente dire “la legge morale dentro di me...”; se nel caso di Earp la scoperta dell’altro sesso e il corteggiamento erano parte fondamentale del suo ingentilirsi, Lincoln non soltanto non ha un vero e proprio interesse romantico, ma è significativamente un lupo solitario, con solo le famiglie di chi difende in tribunale a surrogare ciclicamente l’amata e i genitori scomparsi; ancor più curiosa la trattazione del tema fordiano ricorrente del grooming: se Wyatt Earp si reca dal barbiere per incivilirsi, Lincoln fa di nuovo tutto da solo, lustrarsi le scarpe, radersi, perfino (impresa enfaticamente complessa) tagliarsi i capelli dietro la nuca con l’aiuto di uno specchio. Infine c’è quel gesto del lasciar cadere un bastone, come se fosse l’ago di una bussola, per decidere casualmente la direzione della propria vita. Neanche a dirlo, Abe confessa di avergli dato una spintarella...


Altissimo, slanciato e spigoloso, a sua volta Lincoln è spesso trattato nel film come l’ago della bilancia a cui gli altri si affidano per dirimere le proprie questioni, prova ulteriore, se ce ne fosse bisogno, che in lui si trova come personificato quel principio di armonia ed equilibrio da cui siamo partiti. Sistematicamente al centro di inquadrature o situazioni doppie, simmetriche, bìfide, spetta a lui decidere per una parte o per l’altra. Ha ragione il contadino indebitato per 250 dollari o il creditore che lo ha gonfiato di botte? Meglio la torta di mele o quella di pesche? Quale squadra vincerà la gara di tiro alla fune? La riuscita esilarante di queste gag, così spensierate nella perfetta organicità al progetto ideologico dell’autore, è un testamento alla ricchezza dell’affresco umano di Ford, nonché, ovviamente, alla grandezza del suo interprete.


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