"Assandira" a Venezia 77



di Lorenzo Meloni


Mai come davanti ad Assandira di Salvatore Mereu sarebbe bene mettere fra parentesi l'intentio autoris. Se ci si lascia travolgere dal contenuto ideologico, il suo adattamento del romanzo di Giulio Angioni (2004) interpretato da quel Gavino Ledda che a sua volta firmò il celebre Padre padrone, rischierà di sembrare solo l'ennesima trasposizione al cinema del disprezzo insulare che è da sempre il rovescio della medaglia del meraviglioso orgoglio sardo. La veemenza con cui difende una tradizione sentita come sempre più minacciata dalla modernità, non risparmiando colpi davvero bassi fra ritratti di donne pervertitrici e una fobia del "Continente" spinta a livelli così grotteschi da aver già scomodato paragoni con Eyes Wide Shut e Midsommar, non deve far passare in secondo piano gli interessanti spunti antropologici che il film sparge a piene mani e che confermano il talento d'osservatore del regista dorgalese.


Quello di Assandira è un affresco ambizioso e onnivoro, che mira (non senza qualche scricchiolio nelle giunture) a far convivere insieme varie tradizioni letterarie e cinematografiche: grande melodramma familiare sul fallimento rovinoso di un sogno di emancipazione nella modernità imprenditoriale, lo attraversa una chiara venatura verghiana, filtrata forse attraverso il primo Visconti di La terra trema (1948); è anche una detective story in odore di noir, dove alle scene ambientate nel presente in cui un ispettore interroga Costantino Saru (Ledda) sul misterioso rogo all'agriturismo "Assandira" che ha provocato la morte di suo figlio, si alternano quelle di flashback in cui lo stesso Costantino rivisita gli eventi passati, commentandoli in un voice over triste e monocorde da cui l'accento sardo non cancella l'inconfondibile sapore hard boiled.


Per quanto ci spiaccia adagiarci in parallelismi così risaputi ed emotivi, il genere che aiuta di più a inquadrarne specifiche e meriti è tuttavia sicuramente il western. Questo non tanto per ragioni di stile o atmosfera (la Sardegna di Assandira è significativamente poco selvaggia, desertica, battagliera) - ma solo per via di quell'adagio deandreiano, ormai patrimonio collettivo, che accostava i Sardi e in particolare i folk heroes alla macchia che in Barbagia si chiamano "balentes" agli Indiani d'America. A interessare Mereu - che innesta il suo realismo psicologico sulle osservazioni letterarie dell'antropologo Angioni - non sono le sortite armate contro l'invasore d'oltremare (Uomo Bianco/Continentale) ma per una volta, e con risultati spesso affascinanti, il destino che segue la fine dell'invasione, quando il conquistato ormai incapace di opporre la propria specificità culturale si risolve a vestire i panni stereotipici che il conquistatore gli ha cucito indosso.


Il film è realmente straordinario in questo, per la sottigliezza e la dolorosa precisione con cui descrive l'abiurare a se stesso di un popolo travolto da una "fiumana del progresso" che in Sardegna ha significato soprattutto turismo di massa: come i discendenti di Cochise rivestivano i panni tradizionali dei loro avi e ne rifacevano le danze propiziatorie per compiacere i turisti paganti, così i Sardi di "Assandira" deliziano i visitatori tedeschi o danesi col rifacimento pantomimico di gesti millenari. Qui sta il cuore del racconto, qui la camera di Mereu, aiutata dalla prova straordinaria di Ledda (chiuso, impervio, misterioso) sa condensare in due o tre perfetti ritratti psicologici dinamiche di straniamento e rifondazione del rapporto con le Radici pressochè impercettibili per chi non ne ha esperienza diretta. Forse il suo predicare "apocalittico" rischierà di alienargli le simpatie di chi cerca una posizione più aperta e meno conservatrice, ma non si può non applaudire una tale capacità di visualizzare (se non di valutare imparzialmente) le modalità di un'"integrarsi" che ha cambiato, e tuttora continua a cambiare, l'anima della sua terra.

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