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Decision to leave

Luigi Ercolani


Nel corso dell'ultracentenaria storia del cinema, il noir ha avuto un percorso irregolare: è più volte comparso, è stato sulla cresta dell'onda per un po' di tempo, poi è tornato ancora dietro le quinte in attesa di palesarsi nuovamente quando i tempi sarebbero stati propizi. La tradizione più rinomata relativa a questo genere è stata senza alcun dubbio quella statunitense, che viene fatta risalire all'uscita de Il Mistero del Falco (1940, John Huston).

Ai sempre presenti Stati Uniti si è poi affiancata la realtà francese, che negli anni Cinquanta e Sessanta si è dimostrata particolarmente ricettiva e prolifica. Con il tempo e gli interscambi tra le diverse culture cinematografiche in dialogo, il noir ha poi via via trovato un ampio numero di consensi, che poi si è tradotto in una diffusione a macchia d'olio in tutto il mondo.

Non sorprenda, dunque, che ad aggiudicasi la Palma d'Oro come Migliore Regia al Festival di Cannes del 2022 sia stato un noir nordcoreano, per la precisione Decision to leave di Park Chan-wook. Il regista è infatti riuscito a costruire un lungometraggio coinvolgente, che mescola il raziocinio della trama tipico del poliziesco occidentale con un tratto surreale, quasi onirico, che viene reso attraverso il montaggio ed è caratteristico invece della cinematografia dell'Estremo Oriente.

Lo spettatore, dunque, si trova in una condizione paradossale: conosce le regole del gioco e ci si ritrova, ma esse non di rado parlano un linguaggio tutt'altro che immediato, anzi, semi-sconosciuto anche a grandi linee a chi conosce gli stilemi della narrazione orientale. Il risultato è una sensazione di giostra, che porta chi guarda ora dentro il perimetro del “già visto”, ora pressoché alla deriva nell'ignoto.

Il termine “onirico” adoperato in precedenza, per giunta, non è una scelta casuale. Il detective Hae-joon, infatti, ha problemi a dormire, un aspetto che già di per sé lo accomuna agli investigatori protagonisti dei due Insomnia, l'originale scandinavo del 1997 e il remake statunitense del 2002 diretto da Christopher Nolan.

Questo espediente conduce lo spettatore direttamente dentro lo spettro cognitivo del poliziotto, a volte mostrandogli quello che anche il protagonista percepisce, altre volte muovendolo avanti e indietro nei pensieri del protagonista. In quest'ultimo caso sul momento si genera in chi guarda un effetto di spaesamento, prima che sia lo stesso detective a riannodare i fili, riportando il fruitore disorientato all'interno di una logica di eventi consequenziali.

Tale effetto è coerente, però, con l'intreccio tra il filone poliziesco e quello romantico che permea tutto il film. All'indagine, basata sui fatti e su un ordine sistematico di eventi si contrappone invece l'amore, che al contrario esce da ogni logica, scompagina gli schemi e sfilaccia personalità che sembrare impermeabili a qualsiasi cambiamento.

La rilevanza dell'amore, che innesca in Hae-joon una crisi personale che si riverbera su tutti gli ambiti, è il frutto della rilevanza della sospettata Seo-rae, controbilanciamento perfetto del detective. Tale personaggio rispecchia la più tradizionale delle femmes fatales, declinata in chiave orientale: capace di affascinare e ferire, mascherare e svelare, muovere i fili dall'ombra e lasciarsi guidare con innocente ingenuità, la donna alla fine risulta, de facto, il vero motore della narrazione. Stabilendo ancora una volta, ed in maniera alquanto perentoria, il primato del cuore sul raziocinio.


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