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La città proibita

di Luigi Ercolani


Non si scappa. Il cinema italiano oggi, volenti o nolenti fa rima con Checco Zalone. Perché è il più irriverente ed allo stesso tempo il più chirurgico nell'offrire una fotografia realistica dell'Italia e (soprattutto) del suo popolo.

Come ogni fenomeno di successo, però, Zalone ha una schiera di pallidi imitatori che cercano di replicare il suo successo. Tentativi vani, in quanto non si può clonare in vitro qualcosa che è così strettamente legato alla mente che lo ha generato.

Alla ricerca disperata della nuova gallina dalle uova d'oro, il cinema nostrano rischia però di ricadere nel problema ormai ricorrente degli ultimi vent'anni. Ovvero quello di venire identificato come un alveo composto unicamente di commedie a basso costo tutte uguali, l'esito delle quali poggia sulle spalle di divi televisivi trapiantati sul grande schermo.

Così facendo, tuttavia, si rischia che vengano vanificati gli sforzi di quei cineasti che provano invece a tratteggiare una cinematografia differente. Il più importante dei quali è Gabriele Mainetti.

La città proibita è la terza opera del regista romano, dopo Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out. Uscito nel 2025, questo lungometraggio riprende, esattamente come i predecessori, il filone di esplorazione di generi che sono diventati quasi allogeni per la cinematografia italiana.

Nel primo caso si trattava del genere azione/fantascienza, quello che viene chiamato in maniera imprecisa “supereroi”, con l'aggiunta di elementi di thriller. Il secondo mischiava invece gli scenari di guerra con una allure macabra che rimanda a Freaks (Browining,1932) e La fiera delle illusioni (Goulding,1947).

Anche La città proibita, in questo senso, è una produzione figlia di generi diversi. Il noir, anzitutto, che resta il filo conduttore più marcato a livello narrativo, dal principio fino allo scioglimento.

Hanno però una parte rilevante anche le arti marziali, declinate in particolar modo nel loro filone più gangsteristico. A corollario del tutto una sottotrama legata al cinema sociale, ossia quello che, più che un'alternativa, costituisce l'altro lato della medaglia dell'egemonia della commedia in Italia.

Perché sì, Mainetti sperimenta, tenta di battere nuove piste allo scopo di costruire un panorama più eterogeneo. Ma certi stilemi, certi generi che nei cinema nostrani trovano riscontro positivo, neanche lui li abbandona totalmente.

Si badi bene, però. Riproporre elementi a cui lo spettatore italiano è abituato non è per forza sinonimo di appiattimento sulle dinamiche ripetitive dell'industria.

La città proibita, in questo senso, è un ottimo esempio di miscuglio omogeneo dei diversi elementi summenzionati, i quali si fondono tra loro in maniera equilibrata, intrecciandosi senza collidere. Il noir traccia il sentiero, ma sono le arti marziali a dettare il ritmo.

Una lunga serie di momenti di riflessione profonda e amara malinconia si alternano così ad improvvise accelerazioni. Dosati adeguatamente, questi due elementi offrono a chi guarda una visione piacevole, che non scade né nella sequenza psichedelica di colpi ad effetto di alcune produzioni, né nella gravità monocorde di altre.

Se Zalone è l'inevitabile traino del cinema italiano, dunque, Mainetti ne è l'imprescindibile sperimentatore. Non un tanto visionario, quanto piuttosto un regista con una visione, e una grande determinazione a provare a piegare le sbarre della gabbia in cui il cinema italiano si è volontariamente messo, ma da cui non sa e/o non vuole più uscire.


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