Gli indifferenti


di Lorenzo Meloni


L’indifferenza è universale o va storicizzata? Era stato un tema portante nella ricezione del romanzo d’esordio di Moravia, autore a neanche venticinque anni della più vivida dissezione dall’interno dell’alta borghesia italiana del periodo fascista. Se il grigiore el’apatia fossero esclusivamente il prodotto della crisi morale di quegli anni o se, come sostenuto dallo stesso Moravia, Gli indifferenti raccontasse attriti generazionali comuni a tutte le “upper-middle class” di tutte le epoche,non cessa di far dibattere la critica, anche quella cinematografica che per questo si divise sul primo e fino a ieri unico adattamento cinematografico di Francesco Maselli (1964, sarebbe seguita nell’88 la miniserie a firma Bolognini). A chi lo accusava di mettere in scena il testo in modo asfittico, scollegato dai cataclismi sociali del Ventennio, altri contrapponevano la capacità di restituirne l’urgenza ancora contemporanea aggiornando la moraviana “incomunicabilità degli oggetti” alle forme rarefatte del cinema di Antonioni.

Com’è ovvio vista la distanza ormai quasi secolare che la separa dal romanzo, la nuova versione di Leonardo Guerra Seragnoli opera una più decisa ri-attualizzazione delle dinamiche borghesi narrate da Moravia. Apparentemente in contrasto con questo assunto, la scelta di non stravolgere più di tanto il testo originale denuncia da una parte l’allineamento alla fiducia dello stesso autore nella trasversalità del suo potere di disamina sociale, dall’altra - quasi a conferma della natura bifronte di questo classico del nostro novecento - è indizio decisivo della volontà da parte degli autori di porre in parallelo le classi agiate di due epoche lontane, tanto imparagonabili quanto accomunate da uno stesso frastornante, sismico senso di spaesamento.

È ancora soprattutto economico il terremoto che fa vibrare i vetri di questa Villa Ardengo contemporanea, che “spacca, taglia, fruga/fra gli ospiti di un ballo mascherato” disperatamente intenti come la nevrotica Maria Grazia di Valeria Bruni Tedeschi a rincorrere i privilegi e i lussi dati per scontati ancora pochi anni prima. “Un tessuto sociale che non ha gli strumenti per accettare questa crisi (la fine del neo-liberismo) che entra violenta nelle loro vite, nelle vite di quei ceti che fino a poco tempo fa si pensavano immuni”, secondo il co-sceneggiatore Alessandro Valenti; ma per quanto aumenti a dismisura lo spazio dedicato a Maria Grazia, che sembra somatizzarne più di tutti gli sconvolgimenti con la sua lenta discesa nella follia, il principale nucleo tematico sembra essere la messa a fuoco del baratro di precarietà e irrealizzazione su cui stanno sospese le generazioni più giovani.

È qui che Guerra, già autore del problematico coming of age digitale Likemeback (2018), mostra la sua vera vocazione e si spinge più in là nel tradimento del testo originale. Riletto da lui, il triangolo fra il perfido arrivista Leo Merumeci e i due ragazzi Ardengo si colora di sfumature inedite, con un Merumeci insolitamente giovanile (complice l’energia di Edoardo Pesce) dietro il cui ruolo di violento iniziatore sessuale di Carla al conformismo della vita borghese sta la tragica consapevolezza di un’identica iniziazione nel suo passato, e davanti al cui esempio molto più che nel romanzo o nel film del ‘64 le strade di Carla e Michele sembrano divergere, in un doppio ritratto ambivalente, pessimista ma non disperato, della giovane generazione di adulti in fieri cresciuta all’ombra della recessione economica.

Da una parte - come se un’unica coazione a ripetere freudiana corresse davvero come un filo fra epoche così lontane, così vicine – si torna come un secolo fa a percorrere le strade verso casa Merumeci con in tasca una pistola scarica; dall’altra forse si reagisce, facendo valere la propria specificità storico-culturale (tornano i social network scandagliati con prudenza, ma già allora senza condanna, in Likemeback) e proiettandosi verso il futuro in uno slancio di dignità che sarà lo stesso diavolo tentatore Merumeci, facendo proprio con l’amarezza di chi invece ha fallito il testo della Nature Boy di Nat King Cole, a misurare:

there was a boy, a very strange enchanted boy (…)

a little shy and sad of eye

but very wise was he”.




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