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Gli spiriti dell'isola

di Lorenzo Meloni



Come per Ingmar Bergman o Luchino Visconti, quella di Martin McDonagh è una carriera da sempre contesa fra due arti, il cinema e il teatro. Drammaturgo fra i più celebrati della sua generazione, anche quando si sposta dietro la macchina da presa l’anglo-irlandese produce opere dall’inconfondibile sapore teatrale, imperniate sul dialogo, sulle interpretazioni e su un’unità spazio-temporale che non stonerebbe affatto in palcoscenico. Più ancora di questi tratti superficiali, prettamente teatrale è il senso di tragicomica assurdità che vi si respira. Assurdo proprio nel senso di Beckett, non a caso un quasi connazionale, di cui i film di McDonagh condividono la propensione al racconto di vite “in attesa” come parabole di una più o meno inguaribile stasi esistenziale.

Se una certa tendenza all’attendismo e alla passività possa o meno essere un tratto culturale irlandese – e per questo trovare tanto spazio nell’opera di artisti quintessenzialmente irish come Beckett e McDonagh - è una domanda che lasciamo ai sociologi. Da un lato è vero che il regista se l’è portata dietro un po’ ovunque, dal Belgio di In Bruges (2008, ma già con protagonisti Farrell e Gleeson) agli Usa di Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017). Certamente però con Gli spiriti dell’isola sembra voler tornare alle origini, avvolgendoci negli stupendi paesaggi dell’isola di smeraldo per dirci qualcosa sugli strani uomini e donne che ne abitano i borghi remoti.

Inisherin, la più piccola delle isole Aran, diventa quindi l’ennesimo luogo archetipo del cinema di McDonagh, un cinema fatto soprattutto di rapporti fra personaggi e ambienti. Dopo la cittadina “da fiaba” Bruges e l’immaginaria Ebbing, una terra per antonomasia di fiabe e leggende come l’Irlanda si rivela l’incarnazione più naturale di quella neverland sottratta alle logiche mondane che in varie guise fa da sfondo a tutti i suoi film, sottolineando peterpanescamente la regressione infantile dei protagonisti e la loro attesa purgatoriale di una redenzione che – proprio qui sta la tragedia – se vuole avere qualche speranza di avvenire deve partire da loro.

La storia di Padraic e Colm (Colin Farrell e Brendan Gleeson), l’amico in pace con questo microcosmo e quello inquieto che un giorno gli volta le spalle, ha il sapore emblematico di certe fiabe. È una ballata irlandese come quella che dà il titolo al film, e che a tratti sembra voler esemplificare l’isola e il popolo che lo abita: diviso (i continui riferimenti alla guerra civile), profondamente cattolico (l’attesa bergmaniana di un Dio indifferente), ma soprattutto – come dire – insulare. Dopotutto, se il personaggio del sublime Farrell risulta tanto coinvolgente non è solo per il torto che subisce, ma per la consapevolezza che in lui accende pirandellianamente la ribellione di Colm. Possono bastare nella vita un amico, una sorella e un asino?




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