Halloween di David Gordon Green


di Lorenzo Meloni

David Gordon Green e il suo Halloween Kills saranno presenti alla prossima Mostra del Cinema di Venezia, che onorerà la protagonista Jaime Lee Curtis del Leone d’Oro alla Carriera. In attesa di vedere l’imminente secondo capitolo abbiamo recuperato l’Halloween del 2018, dove Green e Curtis (con papà John Carpenter come produttore esecutivo) avevano resuscitato nuovamente questa saga cinematografica tra le più celebri della storia dell’horror e il suo iconico protagonista Michael Myers. Il boogeyman dalla maschera grigia, tra i massimi miti del genere nella sua fase anni ‘70-‘80 insieme a pochi altri come Freddy Krueger (Nightmare), Leatherface (Non aprite quella porta) e Jason (Venerdì 13), dopo la lunga serie originale era già stato protagonista di un reboot firmato da Rob Zombie, che aveva scavato dietro la sua facciata inespressiva inventandogli una psicologia e perfino un contesto sociale.


Era stato il mix di innovazione e celebrazione del classico a garantirne il successo, poi sfumato col più idiosincratico secondo capitolo. Green, bisognoso di giustificare a livello tematico l’ennesima resurrezione del brand, cerca anche lui una prospettiva nuova. Separati da spesse mura di cinta, lui in un ospedale psichiatrico e lei nell’isolamento di casa propria, Michael e Laurie Straude (Lee Curtis, la protagonista dell’originale Halloween del 1978) non sono poi tanto diversi. Da quando la violenza dell’assassino sconvolse la sua vita, Laurie è comprensibilmente diventata una donna paranoica e sempre all’erta, riversando la sua paura di un attacco imminente da parte del Male che aveva visto in faccia su sua figlia e perdendone così la custodia. Quando Michael, ovviamente la notte di Halloween, si libera fortunosamente dall’ospedale la collisione fra i due è inevitabile, ma Laurie è indurita, combattiva e tanto pericolosa quanto lui.


Invano si cercherà nel film uno sviluppo soddisfacente di questa pur interessante premessa, che poteva dar luogo a interessanti riconfigurazioni di un sottogenere come lo slasher, già ampiamente scandagliato dal cinema postmoderno degli anni ‘90 alla Scream ma che oggi può tornare sensibile per via delle sue peculiari connotazioni di genere: l’assassino (uomo, per quanto mostro), le vittime (coppiette e spessissimo donne offerte senza veli allo spettatore), la final girl (ovvero l’ultima superstite, anche lei donna e combattiva): la feminist film theory ci va a nozze da sempre. Green sembra saperlo e semina qua e là schegge disordinate di una messa a fuoco che non arriva mai, un prom in cui lui si traveste da Bonnie e lei da Clyde, un ragazzo appassionato di danza che rifiuta l’educazione tradizionalista del padre e così via. Ma i meccanismi del genere non vengono minimamente intaccati, la tematica resta sullo sfondo, e alla fine l’impressione è che davvero tutto si riduca a pretesto per spremere ancora il marchio, con una messa in scena peraltro fra le più anonime che siano mai toccate al povero Michael. Ci rivediamo per il secondo round, incrociando le dita.

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