Il giorno sbagliato



di Lorenzo Meloni


Abbiamo recuperato su Amazon Prime questa perlina uscita lo scorso settembre durante il breve intervallo di riapertura delle sale. Avessimo saputo di cosa si trattava e che non avremmo più potuto rimettere piede in un cinema per chissà quanto, saremmo volati a comprare il biglietto. Il giorno sbagliato non è un film epocale, di quelli che cambiano le regole e fanno discutere per mesi o anni dopo l’uscita. Tutto al contrario, è un B-Movie (o un A-Movie in confezione da B-Movie) roccioso ed energico, che si preoccupa innanzitutto di funzionare come spettacolo al cardiopalma e, riuscendoci brillantemente, riesce anche a dire qualche cosa di interessante sul mondo in cui viviamo.


On the road urbano sulla sfida mortale fra uno psicopatico (Russell Crowe) già in fuga dalla polizia per gli omicidi commessi durante la notevole sequenza iniziale, e la madre single (Caren Pistorius) che nel traffico di New Orleans ha commesso l’errore fatale di mancargli di rispetto, tanto implausibile quanto assolutamente giustificato nella misura in cui si serve di casi ed espedienti per propellere e rilanciare di continuo la tensione, è innanzitutto un veicolo perfetto per le abilità ultimamente un po’ sottovalutate del suo attore protagonista: l’imbolsito Crowe è lontano dai suoi giorni da sex symbol, ma la sua nuova fisicità e una sempre debordante presenza scenica offrono materiale sopraffino per la creazione di un cattivo a tutto tondo davvero spaventoso, e il neozelandese ci mette del suo con una ferocia e un’ironia che ci hanno ricordato quanto faceva paura (anche dalla parte dei buoni) in L.A. Confidential.

Sullo sfondo dello scontro fra i due, quello descritto dal regista Derrick Borte è un mondo in pieno delirio, come annunciano i titoli di testa brulicanti di immagini found footage di risse, incidenti e colluttazioni per le strade della città del jazz. C’è materiale per una “sociologia d’azione” alla Un giorno di ordinaria follia, a cui Il giorno sbagliato è stato più volte paragonato anche per l’ingerenza dell’inopportuno titolo italiano, ma se è vero che anche qui si mettono a nudo le nevrosi del maschio bianco metropolitano, il film di Borte è molto meno propenso ad assumere la prospettiva di uno qualsiasi dei personaggi in scena e preferisce un’equanime distanza: nessuna retorica hollywoodiana interviene a giustificare (neanche fra le righe) la condotta del personaggio di Crowe, mentre il suo pericoloso vittimismo si riflette in tono minore nell’attitudine della stessa protagonista, che dalla sua disavventura saprà forse trarre una lezione di autocritica.


Tutto questo c’è ma resta in secondo piano: il proscenio è tutto per l’azione, le performance e la voglia di divertire: che ci sia qualcosa di artigianale e vecchio stampo lo dimostrano certe soluzioni visive deliziose, prima fra tutte il gioco di suoni e colori che mette in dialettica le auto dei due protagonisti (un gigantesco suv nero e una malandata city car Opel rossa) riuscendo a dire su di loro con poche immagini ciò che servirebbero minuti interi di dialogo per spiegare. Duel di Spielberg è un buon termine di paragone, ma la verità è che non serve scomodare i grandi nomi, ciò che conta è la tradizione tanto anonima quanto ricca e raffinata di saperi cinematografici tipici del cinema a piccolo budget, qui in bella mostra per novanta minuti di gioia del racconto.


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