INCONTRO CON NICK NOLTE - I GUERRIERI DELL'INFERNO


"Ti facevo più alto" dicono tutti a Jena Plissken in 1997: fuga da New York. Gag leggendaria sulla leggenda stessa, si può tranquillamente appaiare all'adagio "never meet your idols" per il divario fra aspettativa e realtà, o nel caso di un attore fra icona e uomo. Se poi quello è uno come Nick Nolte il rischio è doppio, perchè da un lato l'avanzare dell'età - che non poteva non segnare un interprete dei più fisici di sempre - dall'altra un carattere più ispido e meno disposto a reinventarsi in chiave autoironica rispetto ad altri grandi dell'action anni '80 e '90, hanno portato negli ultimi anni (al netto di zampate come Warrior) al lento e dignitoso offuscarsi della sua stella. Stallone è ancora oggi Expendables e Creed; Kurt Russell, protagonista del capolavoro carpenteriano, è The Hateful Eight e Guardiani della galassia:vol. 2. Proprio in zona Carpenter Nolte ebbe il primo bell'assaggio di successo (48 ore di Walter Hill), ma già lì con un portato introspettivo del tutto diverso, da qualche parte a metà strada fra l'Hackman infernale del Braccio violento della legge e il Mickey Rourke più sardonico e bogartiano che servì bene Cimino e lo stesso Hill. Man mano si scoprì che all'occorrenza poteva essere intellettuale, romantico, malvagio, anche melenso; poteva essere tutto. Ma un "tutto" in ogni senso meno facile.

Rispetto agli altri nomi c'è insomma scarsa soluzione di continuità fra quello e il settantasettenne che è arrivato al cinema Lumière per presentare I guerrieri dell'inferno (1978), film di Karel Reisz su due veterani del Vietnam che intraprendono il commercio di eroina in California. Poi però entra nella sala, scarmigliato come la versione simpatica di Manson, e mentre cammina verso il suo posto partono incontrollabili i flash. Siccome si è iniziato a "ripassare" già a una settimana dall'incontro si pensa alla casa sull'albero di Malibu, ai tre matrimoni, agli stupefacenti, a tutte le cose che si permettono (e un po' si vogliono) solo da un mito. Senza alcun ripasso torna in mente la soggezione fisica che incuteva ancora una decina d'anni fa nei panni dell'orco di Spiderwick; La sottile linea rossa che all'ennesima visione, Cinema Ritrovato 2015, ci aveva fatto piangere (ma lui no) come sempre. Si pensa all'Oscar alla carriera per l'"infame" del maccartismo Elia Kazan, con lui e Ed Harris che non si alzano ad applaudire ma restano torvamente seduti a braccia incrociate. Qualcosa che nella Hollywood corretta e nevrastenica di oggi non si potrebbe neanche sognare. E - Jena? Ti facevo molto più basso.

Elude per due volte la domanda sui registi con cui ha preferito lavorare; invece degli attori che l'hanno ispirato a intraprendere la carriera, loda (ancora senza nomi) i colleghi della sua generazione, per gli esempi e le occasioni di confronto. A quello che gli avremmo chiesto anche noi - come sceglie i suoi personaggi? - risponde da professionista che "sono i ruoli a sceglierti, però negli anni succede spesso che la stessa storia torni a chiedere di essere raccontata da te". Coerente con la sua idea di preparazione al ruolo come adeguamento, ricerca su se stessi ed il personaggio in cerca di aree comuni di risonanza. Qui l'intervista sfuma nel racconto vero e proprio, una voce fuori campo arrochita dall'alcool che lo ricorda giovane, seduto sul pavimento di una stanza, intento a un maniacale lavoro di cut and paste per arricchire il testo con frasi ritagliate dai libri che legge a decine. Un lavoro solitario, come in generale il mestiere dell'attore, e "pessimo per le relazioni".

Parlando sempre più volentieri di “stage” che di “set”, emerge come Nolte consideri introversione e paura le caratteristiche che invariabilmente si trovano nei grandi attori. "Se avete mai incontrato Robert De Niro, sapete che è l'uomo più timido del mondo"; oppure "è provato che la quantità di adrenalina che passa per il corpo dell'attore durante una performance è pari a quella di qualsiasi atleta di vertice". La paura del palco, di dimenticare una battuta. Del pubblico. Un po' prima, quando era passato accanto agli spettatori in fila fuori dalla sala, tutti intenti a guardarlo e a fotografarlo, questo colosso del cinema con cinquant'anni di carriera alle spalle aveva mormorato fra il commosso e l'intimorito "accidenti quanta gente"..

L'evento ha fatto un po' passare in secondo piano il film di Weisz. In verità si pensava da subito di farne solo cenni, e quando Nolte - per una volta interrogato con successo su quali dei suoi film preferisca - ha incluso I guerrieri dell'inferno, si è pensato che fosse circostanza. Avevamo fatto i conti senza l'oste. "Colpevolmente dimenticato" è un eufemismo e sbilanciarsi si può: uno dei capolavori degli anni '70. Buon punto di partenza per inquadrarlo è forse una microstoria della sua relazione col Vietnam Movie, a cui salvo il quarto d'ora iniziale non appartiene ma dei cui maggiori esponenti è clamorosa (e non inferiore) anticamera. Il cacciatore (uscito due mesi dopo) dal punto di vista dei venditori d'oblio del racket della roulette russa; Full Metal Jacket perchè uno di loro è un occhialuto reporter di guerra al punto di non-ritorno del disincanto; Apocalypse Now con la discesa agli inferi non sul fiume cambogiano ma on the road nel deserto del Nevada, coi reperti della civiltà hippie al posto dei riti cannibalici e per climax sacrale un allucinato rave di luci stroboscopiche in cui volano proiettili e si abbattono teepee indiani a ritmo assordante di country. Un affresco sulla marcescenza e l'ostinata sopravvivenza di un sogno, nonché un ritratto maschile fra i più originali del decennio per come mischia rudezza, dolcezza, sensualità e folgorante intelligenza. Guardacaso, la descrizione esatta del suo interprete.

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