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Invictus

di Luigi Ercolani


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Non è raro che si tenda a parlare di “Potere unificante dello sport”. È un po' un luogo comune, una di quelle espressioni che ha una sua certa verità di fondo, ma che a furia di essere ripetuta perde significato, divenendo una banalità fine a sé stessa.

Lo sport non unifica per magia, per il solo fatto di essere un'attività agonistica che magari porta vittorie e quindi prestigio, che fa sentire orgogliosi. Al contrario, esso mescola insieme individui o sottogruppi di individui che di norma vivono gli uni accanto agli altri ma che sono impermeabili tra loro, quando non proprio in aperto conflitto.

Non è dunque lo sport in quanto tale ad unire, ma il coinvolgimento concreto delle persone: in una parola, la collaborazione. Ma per collaborare occorre che ci siano un obiettivo comune e la disponibilità a superare i propri ego per raggiungere la meta prefissata, e questo è vero tanto per chi va in campo quanto per chi invece sceglie di sostenere gli atleti.

Tale convinzione Clint Eastwood l'aveva espressa molto bene già nel 2008, quando uscì Invictus. Il film, basato sulla vittoria del Sudafrica al Mondiale di rugby del 1995, di cui quest'anno è caduto il trentennale, è infatti decisamente impregnato di tale spirito.

Come spesso accade, Eastwood sceglie di offrire una visione originale del mondo sportivo, distanziandosi in maniera netta (verrebbe da dire anche drastica) da quegli stilemi tipici della narrativa hollywoodiana che di solito abbondano nelle produzioni a carattere agonistico. E come spesso accade, è quello che va più vicino a cogliere il punto.

Manca, ed è un bene, il topos dello sport quale mezzo per uscire dal degrado sociale, come in He got game. Manca, ed è un bene, il discorso motivazionale che accende i cuori e fa superare sfide apparentemente impossibili, come in Ogni maledetta domenica.

Mancano, ed è un bene, i metodi rivoluzionari che scompaginano gli assetti preesistenti, come in Moneyball-L'arte di vincere (a cui poi Eastwood avrebbe dedicato nel 2012 una risposta personale, producendo Di nuovo in gioco, diretto da Robert Lorenz). Manca, infine, la sfida con un grande rivale che occupa i pensieri fino a diventare una vera e propria ossessione, come in L'altra sporca ultima meta.

O meglio, tutti questi elementi sono in effetti presenti in Invictus. Rispetto alle produzioni prese ad esempio, tuttavia, essi non assumono un carattere centrale, ma sono funzionali, in quanto il loro fine ultimo è mettere in risalto la già menzionata collaborazione, il vero nucleo centrale su cui si fonda la narrazione del film.

Tutto, in questo lungometraggio, vuole mettere in evidenza come le grandi imprese siano possibili nel momento in cui cambia lo sguardo sul prossimo, e si accettano vicendevolmente le proprie diversità. I pregiudizi, che nel caso specifico sono quelli dei bianchi verso i neri così come quelli dei neri verso i bianchi, sono invece un fattore frenante perché tolgono la possibilità di guardare negli occhi il prossimo e accorgersi che anche lui è umano.

La figura di Nelson Mandela, in questo senso, non assume il ruolo collante, ma quello ben più cruciale di chiave di accensione del cambiamento. Un cambiamento che deve partire da dentro, e che è basato non sulla prevaricazione ma sull'affratellamento delle anime. Perché lo sport unifica, è vero, ma solo quando noi per primi siamo disposti a farglielo fare.


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