Jennifer's Body




di Lorenzo Meloni


Liquidato nell’ormai lontano 2009 come commedia horror confusa e malriuscita, incapace di far convivere le proprie ambizioni di denuncia sociopolitica con le esigenze di botteghino di un teen movie graziato dalla presenza della più popolare giovane sex symbold’America (Megan Fox fresca dei primi due Transformers) quello di Jennifer’s Body resta un caso di tutto interesse: non solo all’interno dell’affascinante parabola divistica della Fox, la cui carriera fu letteralmente mandata a picco dalla concomitanza tra il suo flop e l’intervista-scandalo in cui l’attrice confessò a un men che impeccabile Jimmy Kimmel le angherie subite sui set di Michael Bay; ma perché tutto, da questi retroscena alla sua complicata ricezione fino al livello più schiettamente testuale, ci parla di un mondo completamente diverso e irriconoscibile da quello che stiamo vivendo appena un decennio dopo.


Se l’avesse rilasciata oggi, in epoca di post-#metoo e risveglio a tratti perfino convulso di una certa coscienza delle politiche di genere a Hollywood, l’intervista in cui rivelava di essere stata provinata appena quindicenne, in bikini e sotto un getto d’acqua avrebbe avuto l’effetto di una bomba. In effetti anche così è strano che nessuna testa sia caduta – forse è vero a tutti i livelli che certi animali sono più uguali di altri, o forse è stata la volontà della stessa Fox di rimanere nell’oblio cui la condannò il devastante backlash seguito a quelle dichiarazioni. Agli specialisti in gender politics indagare la traiettoria di un’ascesa e caduta con pochi eguali, cominciata all’insegna di un donne e motori che oggi non passerebbe il vaglio neanche della produzione più selvaggiamente anarchica e finita, curiosamente, con un film perfettamente coerente e al contempo sovversivo rispetto a quell’immagine.


Va di moda dire che Jennifer’s Body – storia di una liceale (Amanda Seyfried) che fra non pochi turbamenti saffici inizia a sospettare la sua migliore amica (Fox)di essere il demone che sta facendo a pezzi tutti i ragazzi della scuola – avrebbe fallito perché mal pubblicizzato come star vehicle per il pubblico maschile laddove avrebbe raccolto più successo enfatizzando le proprie caratteristiche post-femministe e queer. Vero, per una sensibilità contemporanea: uscisse ora il filmfarebbe esattamente questo. Ma nel 2009 lo status della Fox come massima pin-up americana era di gran lunga il miglior “asset” a disposizione dei distributori. E a dirla tutta, oggi un revenge movie femministanon somiglierebbe al Jennifer’s Body divenuto oggetto di culto per la sua carica offbeat e ironia postmoderna. Si chiamerebbe Promising Young Woman, starebbe bene attento a definire al milimetro lo statuto morale di ogni personaggio in scena e non potrebbe mai erotizzare la sua protagonista come nel 2009, con quell’ambiguità e repulsiva attrazione (da parte del pubblico maschile e femminile insieme) correlato ineludibile di un divismo, lo ripetiamo, oggi completamente passato di segno.


In questo senso il film, sfortunato e non straordinario ma assolutamente degno di amore e riscoperta, può servire come base per un discorso su ciò che si è guadagnato e perduto in questi pochi anni di rivoluzione dello sguardo. Sì all’abbattimento di certe logiche d’exploitation, bieche e svalutative anche quando non riguardano rapporti professionali tra attrici minorenni e autentiche potenze dello show business alla Bay; no al totale e puritano ritrarsi dell’erotismo, del conturbante, di quel potere viscerale del cinema che per scatenarsi non ha affatto bisogno (e tantomeno è un “sintomo”) di tali devianze troppo a lungo sistemiche. Dopo tesi e antitesi, verrà il tempo di una sintesi?

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