La stranezza

Aggiornamento: 6 nov

di Luigi Ercolani


Nella storia dei media è noto che il teatro sia stato il punto di partenza organizzativo e performativo tanto del cinema quanto della televisione. Ciò è vero in modo molto rilevante nel nostro paese, che anzi, per lungo tempo ha tratto frutti dalla propria ricca tradizione teatrale e lirica per alimentare gli albori delle proprie produzioni cinematografiche e televisive.

La stranezza appare anzitutto un omaggio proprio a queste radici, che tocca da vicino sia il regista sia i due protagonisti del film. Le carriere rispettivamente di Roberto Andò e del duo Ficarra e Picone, infatti, hanno visto tutti loro muovere i primi passi nel teatro: il primo con la regia alla fine degli anni Ottanta, i secondi calcando il palcoscenico all'inizio dei Novanta.

Un rapporto che, peraltro, non si è esaurito una volta passati al grande e piccolo schermo, ma che ha continuato ad essere prolifico nel corso del tempo, arrivando fino ai giorni nostri. Questo lungometraggio, a dirla tutta, trasuda da ogni poro l'amore e la devozione per il teatro, un teatro che nella figura di Onofrio e Bastiano si estrinseca come loisir, come attività amatoriale per un pubblico popolare che vuole staccare dalle attività quotidiane.

Più complessa, invece, l'allegoria teatrale rappresentata da Luigi Pirandello. Interpretato da un Toni Servillo che parimenti è partito dal teatro, le figura del Nobel italiano per la letteratura appare in ombra per quasi tutto il film. Non torreggia ma osserva, non si prende prepotentemente la scena ma resta umilmente dietro le quinte, quando non addirittura tra il pubblico.

Solo nelle ultime battute del lungometraggio, in un finale aperto che omaggia esplicitamente il pensiero che ha portato alla nascita di Sei personaggi in cerca d'autore, la sua figura finisce sotto l'occhio di bue, ma lo fa in maniera fugace. Il dramma di Luigi Pirandello raccontato ne La Stranezza, infatti, non è quello di un personaggio, ma di un autore. Un autore in crisi, tormentato dall'aridità creativa e finito nello stesso circolo vizioso a cui lui stesso ha dato il via offuscando i confini tra realtà e finzione.

Questo film, inoltre, non incensa solo le origini del medium teatrale, ma intreccia queste ultime con le radici territoriali, quelle profonde della Sicilia più popolare e rurale, dove tradizioni positive e dinamiche malsane si mescolano in un contesto complesso che istintivamente è pressoché impossibile non incasellare secondo categorie culturali odierne. Bisogna compiere, per questo, uno sforzo di sospensione del giudizio, e tenere conto che la storia umana si srotola come un processo progressivo che richiede necessariamente tappe intermedie.

È tuttavia proprio questo spirito più marcatamente siculo ad apparire, per certi versi, il luogo perfetto per portare in scena un dramma che gioca tra il vero e il falso, tra realtà e percezione. Tre siciliani doc come Roberto Andò, Salvo Ficarra e Valentino Picone, in questo senso, hanno rappresentato perfettamente le sfide e le contraddizioni di una terra che è stata forse il più florido vivaio di quella che in seguito sarebbe diventata la poetica pirandelliana.

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