Maigret, l'amore e la morte
di Luigi Ercolani

Una figura come il commissario Maigret non può avere una sola declinazione. Come scrivevamo già nel 2022, all'uscita del film con Gérard Depardieu, quello dell'investigatore parigino è in fondo un personaggio che si presta a molteplici interpretazioni.
Non solo, come specificato nella recensione di quel Maigret, a livello di contesto europeo, quindi spaziale. Ma anche come possibili chiavi di lettura del personaggio.
L'interpretazione che conosciamo in Italia, quella di Gino Cervi, da questo punto di vista è paradigmatica. Lento, compassato, patriarcale, assorto nei suoi pensieri eppure così immerso nei suoi piccoli vizi quotidiani come la pipa o la buona tavola.
Le trentacinque puntata de Le inchieste del commissario Maigret (1964-1972) sono in fondo figlie del loro tempo. Un tempo in cui la fretta non era la regola, perché era opinione condivisa che essa fosse cattiva consigliera.
Un tempo, proprio per questo, si poteva lavorare per il domani. Non contava il risultato immediato, ma contava quello corretto, ed in quest'ottica, se era necessario più tempo, il tempo c'era.
Maigret, l'amore e la morte, viceversa, è una produzione marcatamente figlia del nostro contesto culturale. Dove il tempo non c'è, perché i media devono informare l'opinione pubblica, ma solo per dare un senso alla propria esistenza.
Perchè i politici e gli apparati burocratici devono rendere conto all'opinione pubblica, ma solo per non apparire una zavorra sulle casse statali. E dove l'ansia per il risultato domina, anche di fronte ad un dramma che richiede la ricerca della verità.
E la verità, si sa, non è immediata. Anch'essa per essere svelata richiede pazienza, ed un percorso a tappe che in qualche occasione corrisponde ad un fisiologico buco nell'acqua.
Ecco, se il Maigret del 2022 era ancora meravigliosamente anacronistico, con la sua intelligente lentezza, quello del 2026 è ormai moderno. Aggiornato, anche se non possiede un cellulare.
Ed anche Parigi non è la stessa. Protagonista, certamente, ma non più nei suoi angoli nascosti, con quel senso di capitale gotica decadente ma sempre suggestiva. No, la Parigi di Maigret, l'amore e la morte non ha nulla di pittoresco.
È, viceversa, uno spazio mondano e vanesio. Una capitale che fa pesare il suo status, un coacervo di stress e aspettative che chiede al suo più illustre commissario di tirare via anche sulle indagini, se ciò può servire a tenere buoni politici e media.
Non è la Parigi che abbiamo imparato ad amare, anche solo attraverso i racconti. No, è una Parigi piatta, perché simile ad una qualsiasi capitale mondiale della produzione di beni e servizi.
Ne consegue che anche il Maigret di Denis Podalydès sia un Maigret che ha fretta. Ma ha fretta suo malgrado, perché è palese che vorrebbe essere un qualsiasi altro Maigret che si prende il suo tempo per arrivare al risultato giusto.
L'anacronismo vero e proprio, semmai, sta nel fatto che indaghi sull'alta società. Che nel mondo post-socialista di oggi, che vuole tutti uguali (quasi cloni), risulta ormai un relitto del passato.
È questo che, a conti fatti, differenzia questo Maigret dagli altri. Si tratta infatti di un commissario costretto a vivere con ritmi non suoi che si immerge in una realtà sociale ormai al tramonto.



