The Brink of War
Luigi Ercolani

La Storia, diceva Karl Marx, tende a ripetersi due volte, prima in tragedia e poi in farsa. Ed in effetti, se prendiamo per verosimile (vera no, perché c'è sempre il filtro cinematografico) la narrazione di The Brink of War, ritroviamo alcuni dei suoi elementi anche nelle cronache attuali.
Primo fra tutti, lo “scontro di civiltà”, per così dire. Stati Uniti e Unione Sovietica ieri, Stati Uniti e Russia oggi, anche se i recenti avvenimenti paventano l'avvento di un potenziale disgelo.
Ma che i rapporti tra i due Paesi dal 2008 in avanti siano stati parecchio tesi, pochi dubbi. Certo, senza mai arrivare ai livelli degli anni Ottanta, ma sempre con quella fastidiosa e insensata serie di preclusioni reciproche che soffocano qualsiasi presupposto per la concordia.
Ecco, in questo senso The Brink of War è magistrale. Il lungometraggio degli Angel Studios mette infatti in scena in maniera evidente come, a trattare le sorti dei Paesi, anche se superpotenze, siano sempre gli esseri umani, e che lo facciano sempre su una base, mutevole, di fiducia.
Il racconto cinematografico del vertice di Reykjavik dell'ottobre 1986 rimarca proprio tali aspetti. Ed il fatto che la storia sia sviluppata seguendo il punto di vista degli Stati Uniti, rappresentati dal loro Presidente, non significa certo che questa volta siano loro ad uscirne come eroi.
Anzi, più il film procede, più ci si rende conto che gli USA, di cui Ronald Reagan si fa terminale ultimo, sono molto lontani dalla percezione che hanno di sé stessi. Una percezione che è quella della “Città sulla Collina” della Bibbia di Re Giacomo, ossia di stadio ultimo del genere umano.
Una convinzione che ha permeato gli statunitensi fino al dramma dell'11 settembre 2001. Quando, con uno schiaffo in pieno volto, il popolo a stelle e strisce si è reso conto che non era vero che il loro destino manifesto era quello di rappresentare il faro per tutti i popoli dell'umanità.
Ma quindici anni prima, a Reykjavik appunto, tutto questo ancora non c'era. E Reagan, nel film, si pone con Gorbaciov con l'intenzione genuina di mettere in risalto che sono i sovietici ad essere nel torto, che i sovietici devono cambiare registro, anzitutto dal punto di vista dei diritti umani.
Il Segretario Generale dell'URSS, tuttavia, si fa portavoce non solo del suo popolo, ma per certi versi anche del resto dell'umanità. E così, ad ogni rilevazione critica del suo interlocutore, il leader sovietico rimarca un comportamento ugualmente errato da parte degli USA.
E mentre la retorica del Presidente statunitense cerca di mettere a proprio agio ma gira intorno, mentre è Gorbaciov a fare concreti parlando di smantellamento totale degli armamenti. Oltre a rilevare come Reagan chieda dei passi indietro senza però garantirne di propri.
Così, anche se la potenza atea è quella dei sovietici, sono in realtà proprio questi ultimi ad applicare il versetto del Vangelo di Matteo che invita ad accordarsi con i propri fratelli, a porgere l'altra guancia, ad amare i propri nemici (Mt 5,21-46). A spezzare, insomma, la logica della rappresaglia. The Brink of War, così, pone in risalto come la concordia tra i popoli si raggiunga anzitutto con la buona volontà di entrambi gli schieramenti. E che non la contrapposizione muro contro muro, ma la cooperazione e la disponibilità a fare un passo indietro portano benefici per tutti.



