"Nightmare Alley" a Il Cinema Ritrovato 2021



di Lorenzo Meloni


Di recente intorno a questo film di culto del 1947 si è sollevato un certo interesse per via della notizia dell’imminente remake a firma Guillermo Del Toro. Solitamente quando la Hollywood di oggi ricicla progetti illustri del passato (da I magnifici 7 a Papillon) il coro che si leva dai fan è all’insegna del disappunto e della crisi di idee, ma facendo un po’ di ricerca viene fuori che il caso di Nightmare Alley è diverso e nello specifico che la possibilità di una nuova versione intriga da anni i fan dell’originale, con articoli vecchi anche di dieci anni a testimoniare questo bizzarro “amore perfettivo”.


Già, perché il film di Edmund Goulding – regista dell’iperclassico Grand Hotel (1932) e co-creatore non accreditato di altri film leggendari come Gli angeli dell’inferno e Una notte all’opera – è molte, moltissime cose, ma di sicuro non perfetto. Tratto dal romanzo omonimo di William Lindsay Gresham, uscito l’anno prima in quello che fu al contempo un caso editoriale e un piccolo shock collettivo per la scabrosità delle vicende, eredita il fascino malato delle sue atmosfere circensi, del suo protagonista dannato e di una meditazione filosofica sull’illusione che intreccia audacemente i temi dello showbiz, della fede religiosa e della psicanalisi.


Non è perfetto essenzialmente perché nel 1947 la stretta del Codice Hayes, con cui Hollywood aveva scelto di autocensurare le tematiche più forti per preservare il proprio profitto e controllo creativo dalle ingerenze di censori esterni, era ancora troppo salda (si sarebbe allentata per poi sparire solo negli anni ‘60). Se nel ‘31 l’analogo Freaks, non a caso ancor più venerato dai registi del nuovo gotico come Del Toro o Tim Burton, aveva potuto permettersi un’immersione pressochè totale nell’orrore, Nightmare Alley dà l’impressione di flirtarci continuamente per fermarsi sempre un attimo prima che le cose degenerino.


Va detto che quest’indirettezza rappresenta in un certo senso il punto di forza dei film dell’era del Codice, i quali, aggirando furbescamente limiti autoimposti che andavano a colpire le trasgressioni più esplicite, svilupparono un raffinatissimo linguaggio allusivo fatto di doppisensi e subliminalità che consentiva di trattare quasi tutti i temi caldi, senza fra l’altro che andassero a detrimento della fluidità narrativa. Contro la paura che un trattamento più grand-guignolesco da parte di Del Toro possa banalizzare il materiale di partenza ricordiamo che non è questo il caso di Nightmare Alley, film affascinante e fuori dal suo tempo proprio per la sua direttezza.


Rivisto oggi – al di là di alcuni indubbi pregi formali come la splendida fotografia espressionista di Lee Garmes (Shanghai Express, Scarface, Via col vento, Duello al sole) –Alley colpisce soprattutto come grande ritratto psicologico e per la vertigine che porta nel divismo del suo protagonista Tyrone Power, desideroso di sporcare la sua immagine da idolo delle matinèe, che qui si produce in un’interpretazione eccezionalmente elegante e misurata nei panni proprio di un entertainer che sprofonda nella follia e nel crimine. Un saggio eccezionale della capacità di Hollywood di tematizzare sé stessa.



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