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Non aprite quella bara

Aggiornamento: 8 apr

di Luigi Ercolani


Un uomo che sta uscendo dal carcere, accompagnato da due secondini, che si vede restituiti gli effetti personali. Un altro che lo sta aspettando fuori, vestito in giacca e cravatta. Un viaggio in auto insieme.

Potremmo stare parlando di The Blues Brothers (John Landis, 1980), ma in realtà è l'italianissimo (anzi, toscanissimo) Non aprite quella bara di Matteo Querci. Il quale non solo ha il coraggio (o l'incoscienza?) di citare un'opera che è ormai diventata un cult in un film indipendente, ma lo fa in maniera decisamente appropriata, in quanto molto coerente con le tematiche del film che ha scritto e diretto, pur nella chiara differenza dei generi.

Il lungometraggio del regista pratese, infatti, tratta sì della famiglia, ma in particolare dei fratelli. Fratelli diversi, fratelli in conflitto, fratelli coltelli: in una divertente commedia tipicamente italiana (ma non all'italiana), Querci propone allo spettatore una gamma di situazioni e dinamiche che chi ha dei fratelli conosce alla perfezione.

Torna in mente, in questo senso, il famoso passaggio della Genesi relativo a Caino e Abele. Dio, interrogando il primo in merito rispetto alla sorte del secondo, si sente rispondere: “Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gen 4,9).

Ecco, in questo senso Non aprite quella bara offre una risposta inequivocabile: sì, ogni persona è senza dubbio chiamata ad essere custode del prossimo, ma in particolar modo del proprio legame di sangue. Fratelli e sorelle fanno parte della stessa famiglia ed hanno, dunque, una medesima origine di cui è sempre bene fare memoria, prendendosene cura anche quando le circostanze, gli egoismi e il cuore duro delle persone dividono, talvolta fino a creare conflitti che si fanno sempre più irrisolvibili man mano che il tempo passa ed i rancori aumentano.

In un sistema mediatico che tende sempre più a minimizzare l'importanza dei vincoli famigliari, quando proprio non li delegittima, Querci ricorda che è un bene prendersi cura del contesto in si è cresciuti, a prescindere dalle difficoltà che esso abbia comportato o delle eventuali ferite che abbia generato. Così, siamo chiamati a vigilare (nel senso più altruista del termine) sui nostri fratelli o sorelle, aiutandoci vicendevolmente nel momento in cui sorgono difficoltà o compiamo scelte che solo dall'esterno risultano chiaramente errate.

La forza di Non aprite quella bara, inoltre, è che per lanciare questo messaggio non ricorre a un film impegnatissimo, dai toni austeri e cupi che sono uno stilema tipico del dramma italiano. Al contrario, il regista pratese sceglie di incorniciare il proprio racconto in un contesto di commedia, declinato in una comicità surreale che, con la risata, genera nello spettatore anche una riflessione anche su quanto sta vedendo.

Risulta particolarmente azzeccata, inoltre, la commistione di generi presente nel lungometraggio. Querci, infatti, ibrida la commedia con il mistero e l'horror, di conseguenza mantenendo sempre alta l'attenzione di chi guarda. E dimostrando, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che il cinema indipendente ha in sé i crismi dell'innovazione che quello più abbiente, invece, per mancanza di coraggio non riesce a proporre, se non sporadicamente.

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