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Non è un caso Moro

  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

di Luigi Ercolani



Via Fani del 16 marzo 1978 è, proverbialmente, la nostra Dallas del 22 novembre 1963. Ovvero la perdita dell'innocenza, e la consapevolezza che il corso della Storia è irrimediabilmente deviato.

Moro come Kennedy non ha senso solo in termini di paragoni tra due personalità simili. Entrambi cattolici, entrambi uomini di Stato osteggiati in vita e amati trasversalmente solo dopo il loro martirio.

No, il parallelo assume contorni verosimili nel contesto di una speranza di un cambiamento spezzata dagli interessi di parte. Sono esempi di un modo di fare politica che cerca di fare il bene di una nazione senza perdersi in retorica nazionalista di basso livello.

Esempi, ma non simboli, come qualcuno vorrebbe. Perché un simbolo può anche essere messo lì, sulla mensola, a prendere polvere, mentre la vita scorre come se nulla fosse successo.

No, Moro e Kennedy sono pietre vive. Scartate dai costruttori, o per meglio dire dai corruttori, ma divenute pietre angolari di quei movimenti di pensiero che rifiutano la logica della menzogna per quieto vivere, ma cercano per inquietudine la verità per dare pace alle anime.

Nel caso del presidente statunitense a fare luce ci ha pensato, con JFK-Un caso ancora aperto (1991) il maestro Oliver Stone, sempre controverso ma di grande chiarezza espositiva. Anzi, forse controverso proprio perché di grande chiarezza espositiva.

Un lungometraggio sicuramente corposo, ma allo stesso tempo ricco di spunti che mettono in evidenza le lacune dei documenti ufficiali su quanto accaduto a Dallas. Non si tratta di un documentario, piuttosto è saggistica attraverso la fiction.

Per quanto concerne l'Italia, invece, è stato Tommaso Minniti a giocare a carte scoperte, cinematograficamente parlando, in merito ad Aldo Moro. O, per meglio dire, a chiamare il bluff che in tanti si sono rifiutati di vedere.

Sono infatti diversi i film che sono stati dedicati al presidente della Democrazia Cristiana rapito in via Fani. Il caso Moro di Giuseppe Ferrara (1986), Aldo Moro-Il presidente (2008) di Gianluca Maria Tavarelli e il docufilm Aldo Moro-Il Professore (2018) di Francesco Micciché.

Da ultimo, nel 2022, ecco Buongiorno, notte di Marco Bellocchio. Tutte opere che provano ad affrontare la questione da diversi punti di vista e che, tuttavia, finiscono sempre per attenersi alla versione ufficiale, che però presenta diversi punti oscuri.

Tommaso Minniti, invece, con Non è un caso, Moro compie un'opera molto diversa. Come colonna vertebrale il regista perugino struttura infatti un documentario, corredato da interviste a testimoni della vicenda di varia importanza e da ricostruzioni scientifiche e documentali.

L'autore indipendente, tuttavia, non si limita a una semplice ricostruzione dei fatti che smentisce la quella ufficialmente riconosciuta. La storia da lui costruita è infatti accompagnata da prove attoriali dai toni lisergici, che più che un documentario ricordano opere come Il Cielo sopra Berlino (1987).

Esattamente come il capolavoro di Wim Wenders, Non è un caso, Moro esplora la condizione umana del presidente della DC, e il peso dei tragici eventi che lo hanno visto coinvolto. Via Fani e via Caetani sono, in questo parallelo, il corrispettivo del Muro di Berlino.

Il superamento di tale ferita, ci dice però Minniti, può passare solo dalla verità, ammessa dagli organi preposti e non più solo ricercata da individui indipendenti. Perché è solo la verità, come sapevano Moro e Kennedy, che rende liberi.

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