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Miroir N. 3

  • 10 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

di Luigi Ercolani


Gli anglosassoni la chiamano “skeleton crew”. Si tratta di quel minimo numero di personale richiesto per far sì che le dinamiche di una determinata attività procedano regolarmente in determinate situazioni.

Christian Petzold, di professione regista, della skeleton crew è sapiente maestro. E come tutti i maestri che si rispettino, al cineasta tedesco non servono cast strabordanti di comparse o astanti immediatamente dimenticabili, come è invece malcostume del cinema italiano, anche d'autore.

La filmografia del volto di punta dell'attuale cinema teutonico è anzi basata su pochi personaggi, ma consapevolmente approfonditi. Una scelta che permette agli spettatori di avvicinarsi ai protagonisti, condividendone il percorso psicologico.

Ciò non significa, ovviamente, che tutta la cinematografia tedesca sia migliore di tutta quella nostrana. Tuttavia è indubbio che l'autorialità made in Germany risenta meno di logiche da “tutti dentro” che invece ritroviamo oggi in Italia.

Petzold invece, come detto, opta per un'altra soluzione. E la scelta dei ranghi ridotti per favorire la connessione tra fruitore e personaggio è indubbiamente vincente.

Lo si è visto con Undine, il film primogenito e più riuscito della trilogia degli elementi. Lo si è visto, in maniera a dire il vero più a zig-zag, con Il cielo brucia.

Lo si è visto, infine, anche in Miroirs No.3, l'ultimo appuntamento della sequenza di lungometraggi dedicata agli elementi naturali. E dopo l'acqua e il fuoco, questa volta ad essere protagonista è l'aria.

Un'aria che è brezza leggera, movimento costante in un paesaggio bucolico che accoglie la protagonista, Laura, dopo una tragedia personale. La campagna tedesca qui diventa rifugio, mentre la città è nemica e sale su ferite che si rimarginano troppo lentamente.

Ad accogliere la giovane è Betty, una donna apparentemente sola che si dedica con cura alla propria aia. Estraniatasi dal mondo circostante, quest'ultima accudisce Laura nel tentativo di aiutarla a rimettere insieme i cocci dopo l'evento drammatico che l'ha colpita.

Ma Betty in realtà non è sola. Anche lei colpita da un fosco evento, infatti, è vegliata e sorvegliata da lontano dal marito Richard ed il figlio Max.

I tre ben presto un nido sicuro per Laura. Una tensione latente ma palpabile rivela tuttavia ben presto che l'intreccio di rami di quel nido è in realtà un groviglio di rovi e spine, un abbraccio affettuoso che diventa stretta soffocante.

Miroirs No.3 è, per certi versi, la traduzione in linguaggio cinematografico di come le comfort zone possano facilmente diventare uncomfort zone, se non sappiamo quando uscirne per mettere il naso fuori e camminare. O anche solo per respirare.

Più avvincente rispetto all'immediato predecessore Il cielo brucia, il nuovo film di Christian Petzold si accosta invece più alle atmosfere di Undine. In particolare, chi guarda può ritrovare i medesimi silenzi ovattati e riflessivi, dietro la cui quiete si cela una cupezza percepibile sin da subito.

Va detto, in tal senso, che riportare Paula Beer al centro del villaggio, per così dire, aiuta sicuramente a donare fascino al racconto. Magnetica e intrigante, l'attrice di Magonza è dotata di un carisma morbido che per lo spettatore risulta però ineluttabile.

È soprattutto grazie a lei che il film ha una profondità disarmante, di fronte alla quale ci si può solo arrendere. Al punto che si è portati a chiedersi a cosa servano i cast pieni di volti televisivi piatti ed effimeri, quando hai qualcuno in grado di stregarti come fa Paula Beer.

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