Omicidio nel West End

Aggiornamento: 8 ott


di Luigi Ercolani


Potremmo individuare una delle tendenze contemporanee nella cinematografia hollywoodiana nel ritorno in pompa magna del giallo. Le radici di tale andamento sono orientativamente rintracciabili nello Sherlock Holmes di Gut Ritchie, anno domini 2009.

Un film che ha avuto un sequel già nel 2011 e che in teoria ne starebbe attendendo un altro, dalle tempistiche purtroppo tuttora incerte. Intanto, però, come sempre succede nell'industria degli audiovisivi quando si assiste al boom non preventivato di un determinato prodotto, il lungometraggio dedicato al più famoso degli investigatori ha generato, per una sorta di gemmazione spontanea, una serie di epigoni.

Ecco quindi che nel corso di questi anni gli schermi cinematografici hanno visto, per restare ai film più conosciuti, Assassinio sull'Orient Express (2017) e Assassinio sul Nilo (2022) con Kenneth Branagh nella duplice veste di regista e attore, Mister Holmes (2015) di Bill Condon con Ian McKellen, Cena con delitto (2019) di Rian Johnson oppure ibridi come i due Now you see me - I maghi del crimine, rispettivamente del 2013 il primo e del 2016 il secondo. Persino l'onnipresente Netflix ha fiutato l'aria e, coerente con la sua linea editoriale, negli ultimi due anni ha dato vita a un prodotto dal taglio marcatamente giovanile come Enola Holmes.

In tal senso, Omicidio nel West End è una pellicola che si discosta da questo filone, e che affronta il genere giallo in una maniera inusuale. Anzitutto per lo stile narrativo: ciò che lo diversifica rispetto ai prodotti sopracitati è infatti la rottura della quarta parete, ovvero il dialogo tra i personaggi e lo spettatore, che diventa esso stesso un personaggio della storia. Non una scelta casuale, ma anzi, perfettamente attinente ad un lungometraggio che parla di un omicidio avvenuto in un teatro, ovvero l'arte performativa che più di tutti istituisce una relazione diretta e immediata tra gli attori e il pubblico.

Lo spettatore può quindi esperire in maniera ancora più vivida la sensatezza delle false piste e la sorpresa del colpo di scena finale proprio perché sin dall'inizio quest'ultimo è accompagnato (senza essere strattonato, che è sempre un rischio concreto quando si rompe la quarta parete) nel cuore del racconto. Questo espediente viene poi, per giunta, declinato attraverso una narrazione che richiama direttamente e inequivocabilmente lo stile di Wes Anderson.

Tanto in alcune scelte registiche, ad esempio un certo tipo di inquadratura o di fotografia, quanto nel casting, con due attori feticci del director texano quali Adrien Brody e Saoirse Ronan, Tom George sembra ispirarsi direttamente alla poetica andersoniana, declinandola però nel genere giallo. Ne emerge così un film dai toni leggeri, ma allo stesso tempo coinvolgente.

25 visualizzazioni

Post recenti

Mostra tutti