One Night in Miami: il ritratto di Jim Brown



di Lorenzo Meloni


È ipocrisia non riconoscere le mancanze dei propri miti? Passati i primi giorni di acclamazione unanime seguiti alla sua uscita su Amazon Prime video, One Night in Miami (che avevamo ammirato già alla scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia) vede arrivare i primi “appunti”, parola obbligatoria dato un clima culturale e politico hollywoodiano che rende sostanzialmente impossibile parlare di “attacchi”. Il film con cui la premio Oscar alla miglior attrice non protagonista Regina King mostra per la prima volta al mondo le sue notevoli doti di regista, sceneggiato dal drammaturgo Kemp Powers che per l’occasione ha adattato il suo omonimo testo d’esordio del 2013, parte da un aneddoto vero per imbastire l’immaginario confronto fra quattro icone della storia afroamericana: Muhammad Alì (che ancora si chiama Cassius Clay, ed è raggiunto dagli altri tre in un motel di Miami per festeggiare la vittoria del primo titolo dei Massimi contro Liston), Malcolm X, Sam Cooke e Jim Brown.

Proprio sulla figura di Brown, forse non a caso il meno esplorato dei quattro grandi e probabilmente il meno noto qui in Italia, si stanno addensando i dubbi di cui parlavamo. La leggenda dell’NFL degli anni ‘50 e ‘60, largamente considerato fra i più grandi running back della storia del football americano, è presentato all’interno della narrazione nei suoi ben documentati aspetti di attrito col razzismo sistemico degli Stati Uniti (a partire dalla raggelante scena introduttiva in una magione della Georgia che sembra uscita da Via col vento) e di fuga da una carriera sportiva che gli aveva dato fama e ricchezza al caro prezzo della dipendenza dai favori della white America. Fuga nel cinema, significativamente - Brown intraprese con buoni risultati una seconda carriera di attore – il che in un certo senso può rappresentare una barriera interna che il film erige a difesa del proprio discorso, intento in perfetta tradizione hollywoodiana a fondere realtà e sua stilizzazione a beneficio di un preciso progetto politico.



Senza girarci intorno, la vita personale di Brown è stata molto meno fulgida di quanto farebbe sperare la caratura del suo impegno nelle battaglie per i diritti civili, con una lista di controversie piuttosto lunga e gravosa che si incentra soprattutto sui rapporti violenti con le fidanzate, mogli ed ex-partner di turno. Se in un certo senso non c’è mai stato terreno così fertile per un film del genere come il momento corrente, segnato da #blacklivesmatter e da un trend in continua crescita della rappresentazione razziale al cinema e in televisione, va detto che questa è anche l’epoca di #metoo e di una rinnovata sensibilità per le tematiche dell’oppressione femminile, il che rende estremamente compromesso il potenziale statuto filmico di personaggi maschili – reali o immaginari – caratterizzati da una condotta turbolenta e discutibile in questo senso.

È qui che One Night in Miami aggiunge alla sua lezione civile un insegnamento prezioso sulla costruzione di icone e valori culturali a Hollywood, la cui febbrile attività mitopoietica offre da sempre un indispensabile microcosmo del funzionamento di una società peraltro sempre più mediatizzata e in certa misura “cinematografica”. E non è altro che il vecchio adagio de L’uomo che uccise Liberty Valance (1962) di John Ford, quel print the legend che ad oggi resta forse la più concisa e perfetta formulazione dell’ambiguità con cui i media approcciano la Storia, ingigantendo i meriti e distorcendo fino all’oblio le verità più scomode. One Night in Miami – come quel capolavoro di autocoscienza che è in tal senso Hamilton di Lin-Manuel Miranda – non è né un documentario né tantomeno un film-dilemma come i capolavori di Spike Lee, ma lo sforzo deliberato (e non meno scientifico nella sua sincera passione politica) di costruire una mitologia della lotta civile in America.

Può far arrabbiare o far piacere, a seconda della nostra posizione politica o di quello che pensiamo dovrebbe essere il compito didattico delle grandi narrazioni condivise - l’importante è riconoscere che la stilizzazione della realtà in questo tipo di operazioni non è collaterale ma è invece precisamente il punto. Accanto ad opere che interrogano il presente e il passato ce ne sono e ce ne saranno sempre altre che si occupano della pars costruens, di dire le cose non “come stanno” ma come il vento del presente vuole che stiano. Siamo convinti che One Night in Miami faccia questo a fin di bene, in modo magnifico e commovente. Ma come sempre bisogna essere cauti, distinguere fra il buono e il cattivo che convivono in ogni rivolgimento culturale. Print the legend sia il nostro memento, ogni volta che qualcuno vorrà convincerci di avere in tasca la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.




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