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Pinocchio


di Lorenzo Meloni


Davanti alle prime immagini del Pinocchio di Matteo Garrone fioccano uno dopo l'altro gli spunti di riflessione sul perchè di una scelta così gravosa da parte del regista romano. Vediamo un Benigni-Geppetto, povero in canna come da pagina collodiana, muoversi a stento in un XIX secolo alla frutta e alla fame, fra case cadenti e disperata lotta per la sopravvivenza, e in mezzo a tanta miseria crearsi scalpellando furiosamente un futuro e una speranza. Ci ricordiamo del tassidermista di L'imbalsamatore (2002), del sarto di Gomorra (2008), del canaro di Dogman (2018), uomini piccoli e discutibili in mondi alla deriva ma capaci cionondimeno di allestire, intessere, soccorrere la propria vita al riparo delle quattro mura del loro laboratorio. L'arte modesta, durissima, come orgoglio e cuore ostinatamente pulsante dell'uomo è proprio il nucleo attorno a cui girano tutti i film di Garrone, la cui militanza di (sempre meno) solitario portabandiera della grandezza del nostro cinema troverebbe anche un perfetto equivalente in questa battaglia del tutto contro il niente, del credere contro il deserto che finalmente si fa germoglio, vivo legno, poi carne e sangue.

Invece, spiace dirlo, sembra che stavolta abbia vinto il deserto. Davanti a Garrone che parlava di progetto di passione eravamo pronti all'imprecisione, magari perfino all'erroraccio, purchè si trattasse di dover "morire nella bellezza" di un'ispirazione viva e intensa. Sarà che non ce n'era poi tanta, sarà che a Garrone - come già ampiamente dimostrato da Il Racconto dei Racconti - le rigide modalità produttive del cinema fantastico vanno strette, fattostà che tutto sembra il suo film tranne un Garrone Pinocchio, per usare la denominazione con patronimico cara a Federico Fellini che dal capolavoro di Collodi fu ossessionato per tutta la vita, al punto che la brutta versione di Benigni (2002) trovava senso anche e soprattutto come omaggio al maestro riminese.

L'unico possibile vantaggio di questo Pinocchio, almeno in termini di riscontro di pubblico, deriva dal suo essere uno dei più fedeli al testo originale. Chi scrive sentiva intorno a sè un pubblico un po' insonnolito borbottare fra sè e sè che il film era "noioso, ma originale". Chissà, forse per salvare la faccia, per non dirsi delusi dal regista oggi più titolato in Italia. Se non conoscete il testo di Collodi, qualche sorpresa la versione di Garrone potrebbe effettivamente riservarla. Altrimenti - ha detto bene Paolo Mereghetti - l'impressione rischia di essere quella di una "fredda illustrazione". Ma fosse almeno un'illustrazione coi fiocchi, potrebbe ancora salvarsi: quello dell'illustratore è un mestiere nobile e al cinema spesso maledettamente difficile, specie con un racconto come questo, sfilacciato e ondivago per vocazione, stretto in sè solo dalla prosa folgorante dell'autore fiorentino.

Se questo Pinocchio è effettivamente un'illustrazione (e a noi sembra proprio di sì) allora è la più spenta, la meno vitale e appassionante possibile, con un comparto tecnico al più discreto, una scrittura che si limita a ricalcare Collodi elidendo i momenti più surreali ed una regia francamente inesistente, che al di là di qualche bel tableau vivant - ma forse è più merito di scenografie, costumi e fotografia - spreca pigramente ogni singola occasione per divertire, turbare, spaventare (penosa la scena degli Assassini nel bosco della Fata Turchina). Il suo non uscire mai dal rifacimento pedissequo del classico di partenza rende poi completamente inefficaci, se non addirittura stridenti, i pochissimi interventi personali di Garrone, consistenti essenzialmente nel seminare i suoi attori-feticcio in ruoli secondari e ibridando così il fiorentino originale con parlate (fra le altre) romane e campane, con l'arroganza o la pigrizia - che da lui proprio non ci aspettavamo - di credere che tanto basti ad evocare una poetica.

E pensare che, se c'era in Italia un artista con tutte le carte in regola per misurarsi con questo testo un po' maledetto, che ha ispirato e ciclicamente torna a ispirare schiere di rifacimenti (si vedano le prossime uscite di Del Toro e Disney) ma a cui pochissime volte è stata fatta giustizia, quello era proprio Garrone. Alcuni motivi li abbiamo detti, ma è anche e soprattutto questione di stile, quello stile che trovando maiuscolo compimento in Gomorra gli ha spesso consentito - cinepresa in spalla - di interrogare furiosamente, istintivamente le sceneggiature, di scomporle, dilatarle, tradirle con attitudine inquieta e girovaga, di far deragliare le linee rette dei loro percorsi e lungo la strada centuplicarne la risonanza. Se c'è una cosa che proprio a Garrone, alle prese con una storia che è un unico grande bighellonare, non si può perdonare, è insomma di aver fatto la riverenza alle tappe e completamente dimenticato l'itinerario.




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