"Run, Hide, Fight" a Venezia 77



di Lorenzo Meloni


Siamo in una High School americana di provincia, è il giorno del prom e dei saluti prima della pausa estiva. Quattro ragazzi armati interrompono i festeggiamenti sparando ai loro compagni di scuola, si barricano nella cafeteria con i superstiti come ostaggi e chiedono loro di inquadrarli con gli smartphone. Dalle live scolastiche alla tv nazionale il passo è breve, ma lo show prende una piega inaspettata quando il loro narcisismo criminale incrocia la strada di Zoe Hull (Isabel May) figlia di un reduce dell’Iraq e cacciatore, esperta nell’uso delle armi da fuoco, ancora incapace di superare il trauma della morte della madre e dunque, come dice preoccupato suo padre, “in perenne stato di guerra”.

“Nei film che trattano questo tema di solito ci si concentra sugli aggressori” dice il regista di Run, Hide, Fight Kyle Rankin, “invece io ho voluto analizzare un altro punto di vista, concentrandomi su una delle vittime”. Non è vero. Con la parziale eccezione di Bowling for Columbine (2002) di Michael Moore, comunque più interessato a una lettura socio-politico-economica ad ampio raggio, il cinema dedicato ai mass shooting nei licei americani vive di un’interessante contraddizione: ci porta nel vivo dell’azione ma trascura quasi completamente la dimensione umana che circonda le stragi. Da Elephant (2003) a Polytechnique (2009) fino ai tempi più recenti dell’incipit di Vox Lux (in concorso proprio a Venezia due anni fa) la rappresentazione di questi crimini sembra non poter fare altro che tradurne l’apparente insensatezza in uno sguardo indeterminato e attonito, fermo a livello di astratta presa d’atto. Questo anche in virtù del feroce dibattito che spacca e paralizza l’opinione pubblica americana, con divari incolmabili su temi come il gun control e le storture dell’ambiente liceale specialmente nelle zone più depresse del paese.

L’irruenza da b-movie di Run, Hide, Fight, che entra a gamba tesa nella discussione da una prospettiva conservatrice fino al midollo, ha il merito oggettivo di infrangere questo tabù, tentando con le armi viscerali del cinema di genere di restituire un senso degli eventi, una “visione” (in luogo di un puro “sguardo”) su perpetratori e vittime. Non è un caso che, prima di scatenarsi a cervello spento per tutto l’ultimo atto, per costruirsi dei presupposti psicologici l’action adrenalinico chieda soccorso all’horror, il genere che assieme a certa commedia demenziale ha meglio esplorato il lato oscuro dell’america adolescente. Sottolineiamo psicologici, perché ovviamente l’idea di un’origine ambientale della furia omicida non sfiora la sensibilità redneck dei realizzatori (a un certo punto uno dei criminali si sentirà perfino accusare di aver frainteso anni di scherzi innocenti per vessazioni).

Se il disagio in procinto di esplodere in violenza della protagonista può a tratti ricordare quello della Carrie depalmiana, vittima/carnefice di un vero e proprio school massacre ante-litteram, il film si guarda bene dallo sfruttare questa rima interna come strumento di indagine sul terreno comune fra vittima e carnefici, preferendo alle analisi sociologiche dell’horror anni ‘70 l’intimismo familiarista di quello contemporaneo alla Babadook - il mostro armato di mitra, così come la brutalità dell’ambiente scolastico, diventano mere figure di un percorso individualista e autoreferenziale di superamento del trauma (la morte per cancro della madre che appare alla ragazza come una sorta di angelo custode); agli assassini non è quindi concesso il lusso di una personalità: quando non sono grevi caricature dei peggiori incubi di un reazionario – in formazione omosessuali, intellettuali, donne forti, farneticanti in odore di possessione demoniaca – somigliano a una versione meno ironica di certi villain dell’horror postmoderno anni ‘90 alla Scream, non esseri umani dotati di spessore e motivazioni ma funzioni narrative personificate, ora sottratte anche a quell’autoconsapevolezza goliardica e offerti al nostro sguardo come bersagli (letteralmente) di una feroce invettiva forcaiola e guerrafondaia. La prospettiva scelta è quella attraverso l’ottica di un fucile.

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