Speciale Robert Eggers II - "The Lighthouse"


di Lorenzo Meloni


Due uomini si incontrano su un atollo roccioso oltre la costa del New England: il giovane Ephraim (Robert Pattinson) e l'attempato Thomas (Willem Dafoe). Li aspettano settimane di isolamento totale passate ad accudire il vecchio faro che illumina il buio burrascoso di quei mari. Il ragazzo sostituirà il precedente secondo di Thomas, "impazzito e morto" in circostanze misteriose. A lui toccano i lavori più ingrati come spalare carbone, imbiancare le pareti incrostate o svuotare la latrina, nell'attesa di poter un giorno attendere alla Grande Lanterna. I giorni passano, con la compagnia reciproca e quella degli uccelli marini come unici diversivi. Ma qualcosa di maligno inizia a farsi strada nei due uomini: pulsioni violente, visioni, sogni irriferibili. È in arrivo una tempesta.. Malgrado la radicalità della sua opera seconda gli abbia stavolta alienato le simpatie di parte della critica e del pubblico, con The Lighthouse Robert Eggers si riconferma un talento purissimo. Che un film del genere abbia potuto vedere la luce nel 2019 è fatto di per sè notevole, e dobbiamo ringraziare il team produttivo di A24 (già dietro alcuni dei maggiori horror degli ultimi anni fra cui i due film di Ari Aster), sempre più capace di tradurre il raro e il contorto nella moneta sonante - sia artistica che economica - dell'esclusività. Solo loro, questo l'incantesimo della loro retorica mecenatistica, credono oggi a tal punto nei talenti della propria scuderia da dar loro carta bianca. Solo con loro l'artista di genio può dispiegare in tutto il suo spettacolo la potenza demiurgica della propria visione. Per molti versi, questo secondo viaggio di Eggers all'indietro in un tempo remoto che è metà Storia e metà Mito, prosegue senza scarti il percorso iniziato da The VVitch. Li legano motivi identici quali l'isolamento assoluto dal mondo civile (qui letteralizzato dall'ambientazione, nell'esordio portato al parossismo con l'idea di una famiglia talmente rigida sul piano spirituale da farsi bandire perfino dai già esiliati puritani del New England), il morso freddo della Colpa e i richiami dell'erotismo, tutti coalizzati nell'assalto a un equilibrio fondato sulla consuetudine e il duro lavoro, mandato in pezzi dall'irrompere (apparentemente) soprannaturale del Male. Sembra confermarlo, in un film dove la parola è fondamentale, l'assonanza di nomi e appellativi dei personaggi. Dalla bella e inquieta Thomasin a Thomas, dalla strega ("Witch") al guardiano del faro ("Wickie").



Ma se avevamo derubricato a "inclassificabile" The VVitch, intendendo che le varie influenze sfumavano armoniosamente in un risultato unitario e inedito, The Lighthouse al contrario sembra aspirare a porsi come film-catalogo di tutto un immaginario letterario e filmico. Lo stesso Eggers ci ha tolto metà del piacere della caccia con una serie di interviste in cui ha svelato molti dei prestiti: per il cinema, si va dall'evidenza di una radice espressionista (qualunque cosa fra il Sjöstrom del Carretto fantasma e il Murnau di Nosferatu, soprattutto Wampyr di Dreyer) a spunti dai film di Joseph Losey sceneggiati da Harold Pinter (Il servo), da Bergman (Persona) a Kubrick (un paio di momenti clamorosamente Shining) fino a Polanski. Per la letteratura, fra echi di Melville, Lovecraft e dalla Ballata del vecchio marinaio di Coleridge, si segnalano almeno un rimando a Poe (il fratello di Eggers ha tratto l'idea per il film da un racconto incompiuto dello scrittore di Boston dello stesso titolo) e l'influenza della scrittrice e giornalista del Maine ottocentesco Sarah Orne Jewett, le cui cronache e opere dedicate all'ambiente marinaresco dell'epoca sono state fondamentali per sviluppare il peculiare slang da lupi di mare dei due protagonisti.


Di ambedue i film di Eggers si può dire che siano "immersivi", dotati di una capacità quasi ipnotica di trascinare lo spettatore fra le pieghe del racconto; in The VVitch questa era favorita dal senso di concretezza, la veridicità storica che sfumava senza grossi scarti verso un soprannaturale molto "naturale", con una soluzione di continuità tanto perfetta da mantenere in vita fino agli ultimissimi sviluppi il dubbio fra spiegazione razionale (la follia, l'allucinazione, la superstizione) e irrazionale (le presenze demoniache) che per Todorov è la linfa stessa del genere fantastico. Quello che The Lighthouse mette in campo è un altro tipo di "accuratezza" filologica, che colpisce - semmai - per le vibrazioni archetipe del suo cotèe filmico-letterario. Il mito e la poesia, il romanzo e il cinema risuonano in ogni sibilo del vento, in ogni sentenza e profezia gracchiata dal vecchio Thomas.



Così, anche il dato centrale del percorso verso il male, che in The VVitch sembrava porsi a metà fra descrizione antropologica e resa favolistica di un fenomeno culturale storicizzabile, si trasforma qui in un gioco più propriamente meta-narrativo (non a caso il film è introdotto dallo sguardo in macchina dei due protagonisti). L'iniziazione diabolica mantiene le sue connotazioni alienanti e pulsionali, ma si fa ora sfida prometeica alla Legge (la gerarchia dei ruoli) e tentativo di "furto del fuoco", quel fuoco esemplificato dalla lanterna del faro inaccessibile al guardiano novizio, che si può tranquillamente leggere come trono del regista-demiurgo ai comandi del gigantesco carrozzone dell'immaginario. The Lighthouse è stato definito da molti un film inavvicinabile, chiuso nel suo prezioso manierismo e a forte rischio di respingere quella parte di pubblico meno disposta a lasciarsi affascinare dagli oggetti "alieni". Non possiamo che concordare, tenendo a mente però che l'isolamento volontario e l'idea di una dolorosa "seduta iniziatica" - paragonabile all'esperienza spettatoriale - vi sono esplicitamente tematizzati. Oltre al gusto per il dettaglio storico-filologico (che promette di rendere affascinante il suo prossimo film, il revenge movie vichingo The Northman) proprio questa sincera vocazione esoterica sembra essere l'altra chiave di volta del cinema Eggers, regista parimenti scientifico e misterico, che trova nella contemplazione - solitaria, sconfortante, ma anche eccitante - il trait d'union possibile fra le sue due anime. Un tratto richiesto anche ai suoi spettatori, che per unirsi al cerchio danzante o ascendere alla Lanterna devono perdersi, a loro rischio e pericolo, fra boschi o scogliere remote.




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