Star Wars episodio IX - L'ascesa di Skywalker



di Lorenzo Meloni


"Ho un brutto presentimento" dicono i personaggi di Star Wars almeno una volta per episodio, e in questo momento lo stanno dicendo anche milioni di persone in giro per il mondo, allertate dall'accoglienza a dir poco gelida riservata nei suoi primi giorni al cinema da critica e (un po' meno) pubblico ad Episodio IX - l'ascesa di Skywalker. Episodio finale - in attesa di un inevitabile ritorno - del ciclo concepito negli anni '70 dal genio demiurgico di George Lucas, Skywalker segna in un certo senso la fine di un'era, ma lo fa col minor clamore possibile per un film di tal calibro. Colpa come al solito dell'apparente incapacità della saga di accontentare fino in fondo il suo nutrito pubblico (Lucas, pioniere in negativo con la trilogia prequel del 1999-2005, sperimentò sulla sua pelle tutta la potenza di fuoco che "tradire" un fandom del genere può riversarti addosso); da un riscontro inizialmente positivo grazie alla guida esperta e appassionata di J J Abrams si è colati a picco con l'episodio VIII di Ryan Johnson, reo di un approccio troppo libero e disinvolto a quella che è una - la - materia di culto al cinema.

La notizia del ritorno al timone di Abrams non è bastata a risollevare l'hype dalla mazzata dei milioni (o miliardi?) persi e dei cuori infranti. Per riattizzare quella debole scintilla il regista e il team Disney dovevano fare un autentico miracolo, e basta leggere un po' di prime impressioni per capire che non è questo il caso. In realtà, a dispetto di quanto in molti stanno scrivendo, non si può proprio definire episodio IX un brutto film. Troppo è il talento tecnico profuso, troppo alto il production value, con Abrams che a tratti tira fuori una regia cupa e pastosa, capace in potenza - a patto cioè di servire una scrittura comparabile - di cancellare con un sol colpo di millimetrica messinscena le loffie velleità autoriali di Johnson e di riscattare il regista dalla giusta ma limitante fama di maestro del fan service che da anni si porta addosso.

Ma ogni tanto perfino i fan ci azzeccano, e in questo caso, spiace dirlo, è perchè la falla in questa fine di saga è più grossa della Morte Nera, talmente evidente da non poter sfuggire: Abrams aveva avviato la nuova trilogia all'insegna della rielaborazione della legacy, del ricordo, dell'amore, intesa sia come erudito discorso cinefilo sia come formula produttiva magari un po' vigliacca ma di ferro, che guidasse la narrazione dritta come la proverbiale freccia verso un successo garantito. Ora vorrebbe terminare quello che ha iniziato, ma nel frattempo Johnson gli ha scombinato le carte portando la saga in una direzione più eretica e "sperimentale". A questo punto sarebbe stato meglio assecondarlo, ma evidentemente l'identità di Abrams si è sposata a perfezione con la volontà della Disney di scansare come la peste ogni possibile aggancio allo sfortunato detour. Il risultato è un film che porta a casa - oltre alla fattura tecnica - al massimo un'elucubrazione sul concetto di memoria che è il pallido spettro di quello che forse Abrams aveva avuto in mente, mentre fallisce su tutta la linea quando c'è da far quadrare i conti, da emozionare, da costruire e consegnare ai posteri una mitologia vibrante e credibile. Il primo e il più importante dei fandom sembra sempre più destinato ad essere anche il più deluso.

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