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THE HAPPY PRINCE


Di Lorenzo Meloni

The Happy Prince racconta il triste sipario sulla vita di Oscar Wilde, la lunga agonia di chi era stato "l'uomo più celebre di tutta Londra" prima della condanna a due anni di lavori forzati per oscenità. Ora la stella delle corti è il re delle bettole di Parigi, dove morirà di stenti e di crepacuore nel 1900. Il gioco di specchi fra i "due" Wilde, che anima l'intero primo atto, è pertinente e trascinante, un'equazione non particolarmente originale che però riesce a informare di sè l'intreccio e lo sguardo. Per gli esteti ottocenteschi non c'è confine fra arte e vita: come il Principe Felice del suo racconto "per bambini" apprendeva a distanza, grazie ai viaggi della rondinella, i mali e le disgrazie della terra, il rasoio della penna di Wilde fendeva le pareti del suo regno dorato alla scoperta di angoli bui, per farsi alla fine suo malgrado, lui maestro del paradosso, vittima sacrificale delle contraddizioni di quell'epoca. Ancora grande e irridente, caricatura di un sè stesso che era però già da sempre per vocazione personaggio, dà spettacolo nei postriboli come faceva nei salotti.

Rupert Everett, ammaliante nei panni del protagonista, si cimenta per la prima volta con la regia. L'affresco è credibile e a tratti sa sorprendere. "È un sogno" sussurra Wilde davanti all'ennesimo bicchiere dell'assenzio in cui nuota da mesi. E il sogno è la chiave scelta da Everett per raccontare il viaggio interiore dello scrittore irlandese. Tutto è distorto dalla sua sofferenza, popolato da sagome in abito da sera, luce giallastra che inonda chiese e stanze d'albergo, conversazioni con fantasmi, storie dentro storie in cui diventa impossibile (se mai può dirsi lecito) stabilire il confine fra fantasia e realtà. La stessa idea che ebbe Stuart Gordon quando girò l'episodio Il gatto nero per la serie Masters of horror (2005), in cui la vicenda personale di Edgar Allan Poe trasfigurava in un viaggio onirico nel girone d'inferno che dev'essere stata la sua mente, e sulla strada fra i due trovava l'ispirazione per il suo racconto più celebre.

Non tutto fila liscio. E non parliamo solo di qualche lungaggine, o dell'enfasi un po' kitsch del segmento ambientato a Napoli. Qualcuno ha detto che la parte più incredibile dell'arte di Wilde è perduta per sempre, morta con lui. Si tratta della sua conversazione. Everett deve conoscere questo detto e forse lo prende un po' troppo alla lettera. Il suo amore - innegabile - per il personaggio lo conduce a farne in tal senso una presenza totalizzante trascinando il film nella stessa direzione, complici la legittima ma un po' scoperta identificazione del regista-sceneggiatore con un soggetto tanto affascinante e un approccio a tratti troppo "da attore" dettato probabilmente dall'inesperienza in fase di regia. E dire che era stato proprio Wilde, nella celebre prefazione a Il ritratto di Dorian Gray che finì per assurgere a manifesto dell'estetismo inglese, a scrivere "rivelare l'arte e nascondere l'artista è il fine dell'arte". Il risultato è un film comunque sentito e sgradevolmente audace, purtroppo sbilanciato fra il grande fascino di certe soluzioni visive e un tono verboso e teatraleggiante che non giova al ritmo e alla tenuta narrativa. Anche così, The Happy Prince ha tutte le carte in regola per catturare.



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