TUTTI LO SANNO


Co-produzione italo-franco-spagnola, ottavo film dell'iraniano Asghar Farhadi, Tutti lo sanno comincia con la sordina come saga familiare a tiro di melodramma e di fatto non abbandona quest'impostazione o il suo andamento ben ponderato fino alla fine, quando la trama ha ormai lambito - senza mai sposarli - anche il thriller e il whodonit. Laura (Penèlope Cruz) torna dall'Argentina, per il matrimonio di sua sorella, nell'ex-azienda vinicola paterna ora in mano a Paco (Javier Bardem), amico d'infanzia e forse qualcosa di più. Ma durante i festeggiamenti la figlia maggiore Irene viene rapita, e poco dopo arriva la richiesta di riscatto. Una somma esorbitante contro la vita della ragazza con in più l'impressione ineludibile che i responsabili debbano essere dei conoscenti, se non addirittura di famiglia.

Si comincia nella stanza dell'orologio di una cattedrale, il regista studia affascinato gli ingranaggi a nudo nel loro perfetto coordinarsi e combaciare. Da subito ci porta dentro il funzionamento del tempo, quello che, dice Paco in un'altra scena introduttiva, "trasforma il mosto in vino". Va interpretato alla lettera come in un certo senso fa il padre della ragazza rapita (Ricardo Darìn) che si rimette a Dio, convinto che presto o tardi Lui metterà tutto a posto? Ma potrebbe anche significare che i torti e le brutture sbiadiscono nella memoria, e Farhadi è ben attento a suggerire ironicamente il contrario: il padre di Laura accampa diritti sulle sue vecchie terre, la moglie di Paco non vede di buon occhio il ritorno in Spagna della vecchia fiamma di lui, i genitori della ragazza sono in ristrettezze economiche tali che non si può escludere che siano loro i responsabili, convinti che gli amici li aiuteranno con la somma richiesta. Ma è davvero un giallo alla Christie se ne vediamo il funzionamento interno (gli ingranaggi) fin dal primo secondo?

Anzichè svelare troppo, vale la pena notare come il gioco di sospetto e rancore sia per Farhadi occasione di sguazzare da regista in un mondo di sentimenti forti, lui che in Iran ha dovuto sottostare a una censura fra le più severe al mondo, ricordata nel film Il cliente (2016) e l'anno scorso ha boicottato la cerimonia degli Oscar (già vinto nel 2011 per Una separazione) per protesta contro il veto imposto ai suoi connazionali, impossibilitati per tre mesi a mettere piede su suolo americano. La regia è quella sobria e posata a cui accennavamo, con una chiara cifra mediorientale, ma c'è un piacere intenso e quasi uno stupore infantile nel modo in cui accentua, anche solo soffermandosi un secondo in più, ogni semplice gesto umano nella prima parte dedicata al matrimonio. Bere vino, abbracciare il proprio padre, guardare con desiderio la prima storia di un'estate, sputare un nocciolo di oliva, provare un vestito allo specchio, ballare, ripararsi dalla pioggia. In queste scene viene il dubbio che il giallo sia tutto un pretesto, e che l'essenziale vada cercato qui.



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