UN'AVVENTURA

Aggiornato il: 7 mar 2019


di Lorenzo Meloni

Sembra chiaro che vedremo sempre più biopic musicali. Non che dal 2000 a oggi non ne abbiamo visti, e tanti: belli come Walk the Line – quando l'amore brucia l'anima su Johnny Cash e Control sui Joy Division, un po' più oleografici come Ray, curiosi come Jersey Boys. Ma negli ultimi tempi sono sempre più chiari agli studios i vantaggi di questo genere di film, che non devono conquistarsi un pubblico perché lo trovano “già pronto” grazie all'artista che ritraggono, che possono contare sulla musica, che raccontano per la maggior parte storie molto umane di nulla e di successo, insicurezza e vittoria.

Il caso Bohemian Rhapsody è dirimente: oltre 800 milioni al box office (in Italia entra ed esce da mesi dalla top 10) costituiscono un risultato senza precedenti. Mentre sono già in arrivo biografie di Elton John e David Bowie, la madre di Michael Jackson si è detta favorevole a un film su suo figlio con Rami Malek, già interprete del film sui Queen, scatenando l'ondata di meme e vignette con l'attore nei panni di mezza storia della musica, compresa Mia Martini, in questi giorni davvero protagonista di uno sceneggiato

Torna sui radar anche la macchina da record per eccellenza, i Beatles. Da pochi giorni è online il trailer di Yesterday del demiurgo Danny Boyle, in cui, dopo un blackout, un cantautore spiantato resta l'unica persona sul pianeta a ricordre l'esistenza dei quattro di Liverpool. E proprio sui Beatles conviene restare per capire Un'avventura, operazione cinematografica intelligente e liberatoria.

Across the Universe (2007) era un musical romantico con colonna sonora composta da canzoni dei Fab Four. Un'avventura applica lo stesso principio all'icona pop italiana per eccellenza, Lucio Battisti. Le sue canzoni scandiscono la storia d'amore anni '70 fra Matteo (Michele Riondino) e Francesca (Laura Chiatti), lui meccanico pugliese aspirante cantautore (a un certo punto ha anche i baffi come Modugno), tipico italiano stanziale di allora e di oggi, lei hippie, cosmopolita, emancipata.

Sia detto subito: bisogna stare al gioco. Il film non teme di sembrare stupido, non teme il kitsch né il ridicolo involontario. Ma fin dall'inizio gli si dà attenzione, anche solo per capire dove andrà a parare il suo spettacolo obiettivamente “diverso”. Pian piano ci si accorge che stupido non è, affatto. Magari inizialmente solo a livello registico – un'ellissi temporale di tre anni genialmente risolta con una sola carrellata all'indietro; l'utilizzo intelligente del dialetto e, ancor più raro, della gestualità tipica italiana (guardate il “ritmo” dei saluti di Riondino agli invitati al suo matrimonio); un cast azzeccato fino al più marginale dei caratteristi; soprattutto, scene musicali divertenti che – budget non permettendo – guardano più allo stile casual di La la land che non alla grandeur classica, e fanno il resto con la faccia tosta e l'autoironia.

Ma Un'avventura conta anche per l'Italia, anzi “le” Italie che racconta. In fondo non siamo lontani da Il primo Redi Rovere, per la precisa volontà di metterci sulla mappa di un cinema internazionale apparentemente irraggiungibile ma dove un tempo andavamo forti (ci sono stati anche i Musicarelli), attingendo a materiale inequivocabilmente “nostro”.

Ciò che il film fa con l'Italia degli anni '70 è da una parte un'infusione provocatoria di modernità, perfettamente esemplificata dalla presenza sensuale, indomita, sarcastica della Chiatti, che mostra al suo uomo un mondo più grande senza risparmiargli stoccate di puro femminismo. Senza però neanche svilirlo, ed ecco l'altro lato del discorso: “non è vero che sono così bigotto, dai!”, cioè, il film ha la delicatezza per criticare e accarezzare, rifiutandosi di ridurre ad antitesi di una verità contemporanea le vite vere di milioni e milioni di persone, che saremmo poi noi qualche anno fa.

Battisti, in tutto questo, è fondamentale. Un'avventura non sarà un biopic ma il personaggio di Riondino gli somiglia, riccio di capelli, con le giacche e la chitarra. La vera biografia della più intrigantemente ritrosa star della nostra musica sarebbe davvero da vedere. Ma non ci viene un loffio film tv come Principe libero su quell'altro genio di nome Fabrizio De Andrè, antidivo come lui e per il resto diverso come il giorno dalla notte. Battisti non fa personaggio. Non scriveva i testi, evitava (senza successo) la connotazione politica, e con tutti i milioni di dischi che ha venduto, oggi il paese che santifica il suo “rivale” lo guarda con un po' di sufficienza. Ma quell'Italia, per la maggior parte, è passata per le sue canzoni, da cui la semplicità con cui la sceneggiatura ne deduce un impeccabile discorso d'epoca. Bisognerebbe smetterla con le dicotomie, di inventar guerre fra pagine altrettanto importanti della nostra arte e della nostra storia, di farci rodere dentro. Ecco un adorabile primo passo.


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