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C'era una volta in Bhutan

di Luigi Ercolani

Al Trattato di Versailles del 1919, allorché si dovevano stabilire i rapporti tra le potenze vincitrici e quelle perdenti della Prima Guerra Mondiale, il presidente degli Stati Uniti Thomas Woodrow Wilson definì il concetto di “autodeterminazione dei popoli”. Con tale espressione, l'ex-governatore del New Jersey intendeva delineare un processo in cui ogni comunità sceglie in maniera autonoma la forma politica più adatta alle proprie caratteristiche.

Premesso che, naturalmente, tale scelta a volte avviene tutt'altro che civilmente, e anzi, non di rado anche manu militari, la validità di quest'idea anche ai giorni nostri, ed è la base con cui è bene approcciarsi a qualcuno che abbia una forma mentis diversa. O così dovrebbe essere in teoria.

In realtà, e il lettore potrà constatarlo sui media che più o meno frequentemente fruisce, spesso la dinamica è diametralmente opposta. Specie nell'ambito occidentale, che pure come detto poc'anzi tale concetto lo ha generato, questa visione lascia il posto ad una ben più superficiale e sprezzante, al limite del paternalismo, in cui quei territori che non condividano una forma politica di stampo democratico vengono considerati come lacunosi in fatto di civiltà e modernità.

Uno dei personaggi che in C'era una volta in Bhutan sono stati incaricati di assistere i cittadini nella prima elezione del paese afferma ad esempio: “La nostra missione è portare il progresso anche qui”. Una frase che descrive alla perfezione lo stato d'animo sinceramente entusiasta, ma impregnato di altrettanto sincero e (forse) inconsapevole senso di superiorità, da parte di chi concepisce un unico sistema di governo possibile.

L'utilizzo del verbo “portare” è in questo senso sintomatico, perché sembra simboleggiare una sorta di azione prometeica in cui un essere appartenente ad un empireo si protende verso il basso per aiutare a raggiungere il suo stesso livello chi vive invece nella miseria. La parola “missione” rafforza inoltre questa declinazione, richiamando l'idea di stare adempiendo ad una sorta di mandato religioso.

Ad onor del vero, non si tratta nemmeno dell'unico esempio. Lungo tutto il film, infatti, questo malcelato snobismo da parte degli emissari governativi più istruiti ed occidentalizzati fa capolino più volte, attraverso parole come “progresso”, “modernità”, “cambiamento”, “insegnarvi”, fino ad auspicare un determinato risultato per le elezioni di prova e a definire “sciocco” l'intrinseco fatto di opporsi al mutamento di paradigma.

Ma ciò che i bhutanesi rifiutano non è tanto il progresso, quanto la logica di conflitto che accompagna tale processo, la quale arriva fino ad inquinare un contesto che, pur chiaramente non essendo perfetto, era comunque largamente pacifico. È anzi proprio tale conflitto ad essere in antitesi con quella condizione di serenità, pur nella penuria di risorse materiali, in cui gli abitanti del paese tutto sommato vivevano dignitosamente.

In questo frangente,finisce per risultare cruciale la presenza della spiritualità non solo come comunicazione con il divino, ma anche come collante sociale. L'elemento religioso rappresentato dall'anziano lama, infatti, invita a distaccarsi da giochi di potere, beni terreni e obiettivi personali, riabbracciando la propria condizione di semplici esseri umani che devono tendere verso una convivenza basata tanto sull'armonia reciproca quanto sulla pace universale.

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