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Zamora

di Luigi Ercolani


Un portiere deve essere masochista. Come ruolo può essere paragonato all'arbitro. Ha il potere di comandare ma può solo subire gol, non può segnare, e deve sopportare offese continue. La psicologia dovrebbe studiare questo ruolo così contraddittorio ”. Così si è espresso Gianluigi Buffon, per tutti semplicemente Gigi, in merito al ruolo che ha ricoperto per una carriera intera, fino al 2023.

Il portiere è forse il compito più rischioso di tutti, più ancora del centravanti che, in periodo di carestia, può sempre addossare la responsabilità agli esterni offensivi che non gli danno la palla, al regista che non lo guarda mai, all'allenatore che lo fa giocare lontano dalla porta. Il portiere no, di scuse non ne ha, se non proprio di fronte a buchi clamorosi dei compagni: per il resto, essendo l'ultimo baluardo, l'estremo difensore della porta della sua squadra, ci si aspetta da lui che metta la manona su ogni incursione avversaria. Se esce e prende gol doveva rimanere in porta, se resta in porta e prende gol doveva uscire.

Partendo da tali premesse, cosa succede se si affida questa ingrata incombenza ad una persona che in ogni ambito della vita non rischia mai, che si muove sempre sui binari del già noto, che esegue pedissequamente l'incarico affidatogli? A tale domanda hanno provato a rispondere la fantasia del compianto scrittore Roberto Perrone prima, e la regia di Neri Marcorè in un secondo momento.

Quando lo spettatore entra in contatto con il protagonista di Zamora, Walter Vismara, si accorge infatti immediatamente che questi non è un contabile solo come mansione lavorativa, ma lo è, nell'accezione più estensiva, anche al di fuori dell'ambito professionale, nella vita personale. È figlio della buona borghesia lombarda degli anni Sessanta, che vive il boom economico tra una trasmissione serale di Mike Bongiorno e delle imprese calcistiche della Grande Inter, ma non prova alcuna passione, approcciandosi ai quiz in modo nozionistico ma superficiale, e volutamente ignorando tutto quanto riguarda l'ambito sportivo.

Ma se è vero (e non è detto) che, come sosteneva Winston Churchill, gli italiani vivono le partite di calcio come se fossero guerre, allora anche lui, per necessità, è costretto a fare i conti con la passione del folber che storicamente attraversa ed elettrizza tutto il paese, non di rado dividendolo. Messo con le spalle al muro (o alla porta, per certi versi), il Walter del rischio calcolato deve imparare, per forza di cose, a buttarsi senza protezioni, e facendolo nel campo da calcio aziendale si abitua, a poco a poco, a farlo anche nella vita.

L'effetto secondario, ma non per questo di secondaria importanza, è che in tal modo lavora anche su di sé, prendendo coscienza delle proprie potenzialità ed, allo stesso tempo, erodendo progressivamente tutta una serie di pregiudizi che covava dentro, pregiudizi tanto sulla sua persona quanto, soprattutto, su chi gli sta intorno. In questo senso, anzi, il film sembra proprio invitare lo spettatore ad abbandonare ogni malcelato senso di superiorità, inferiorità, o superiorità travestita da inferiorità che esso possa avere, per incuriosirsi con gioia ed intelligenza ad ambiti mai presi in considerazione, di cui poter abbracciare i risvolti positivi.

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