UN PADRE FANTASTICO


di Maria C. Fogliaro

«Oggi il ragazzo muore, e al suo posto c’è un uomo»: comincia così, con una iniziazione che rimanda a un tempo antico, Captain Fantastic (USA, 2016, 118’), diretto e scritto da Matt Ross, il cui titolo rinvia all’album Captain Fantastic and the Brown Dirt Cowboy (1975) di Elton John.

Nelle foreste del Pacific Northwest (Stati Uniti nordoccidentali), lontano dalle città dove milioni di americani conducono le loro esistenze spesso senza porsi troppe domande, Ben Cash (un bravissimo Viggo Mortensen) sta dedicando la propria vita all’educazione dei suoi sei figli. Tre maschi e tre femmine dai nomi unici, inventati apposta per loro da Ben e da sua moglie Leslie (Trin Miller); forti nel fisico, temprato dalla vita all’aria aperta e da impegnativi esercizi quotidiani; che di giorno si allenano, combattono, scalano le montagne, passeggiano in mezzo alla natura, coltivano l’orto e cacciano per procurarsi il cibo, mentre la sera − riuniti intorno al fuoco − cantano, suonano, studiano, si dedicano a ottime letture, e discutono di tutto, anche di marxismo.

Sembra davvero vivere il paradiso in terra, la famiglia Cash. Fino a quando la morte tragica di Leslie, da qualche tempo ricoverata in ospedale per disturbi psicologici, costringe Ben e i suoi ragazzi a intraprendere un viaggio verso il New Mexico, dove vivono Jack (Frank Langella) e Abigail (Ann Dowd), i benestanti genitori di Leslie da sempre contrari alle scelte di vita della figlia. Inizia così per i giovani Cash il primo importante confronto/scontro con la società: una sfida alle loro certezze carica di conseguenze, che innescherà, ad esempio, in Bodevan (il figlio maggiore, interpretato da George MacKay) la curiosità di conoscere da vicino (non più solo attraverso i libri) il mondo che i propri genitori hanno rifiutato; e che soprattutto sarà all’origine del processo di trasformazione che investirà tutti (anche Ben), e che porterà a una maggiore consapevolezza e a un equilibrio familiare nuovo.

Premiato per la miglior regia nella sezione «Un Certain Regard» all’ultimo Festival di Cannes, Captain Fantastic racconta di un uomo fuori dal comune, idealista e ribelle, che in coerenza con le proprie idee fa l’unica scelta che ritiene possibile per sottrarre i propri figli alle influenze di un sistema economico-sociale che egli reputa intrinsecamente malato. Per farne degli adulti capaci di pensiero critico e autonomia vera, Ben si serve di un modello pedagogico che ricalca quello dell’Émile di Rousseau, fondato sul contatto con la natura, su un’istruzione seria e una disciplina severa, impartite ai suoi ragazzi con un rigore oggi quasi impensabile.

Accanto a questa influenza rousseauiana, ci sono nel film anche due dei topoi più cari alla controcultura americana: quello, mitizzato da Thoreau, dell’uomo che cerca la propria libertà lontano dalle influenze corruttrici della civiltà, immergendosi interamente nei ritmi della natura; e quello, altrettanto potente, del viaggio on the road, simbolo di un’emancipazione conquistata sulle strade d’America, e immortalato dalla letteratura, dalla musica e dal cinema.

Ed ecco che così Ross ha saputo dar vita a un racconto cinematografico che tiene lo spettatore inchiodato allo schermo, e che riesce a proiettarlo in un mondo alternativo ma sempre possibile anche grazie alla bella fotografia di Stéphane Fontaine, ai costumi sgargianti di Courtney Hoffman, e alle musiche di Alex Somers. Ma a convincere è soprattutto l’interpretazione di Viggo Mortensen, un artista poliedrico (attore, poeta, musicista, fotografo) che fin dall’inizio della sua carriera ha fatto scelte cinematografiche non scontate, e che in questa circostanza ha saputo − forse per intima affinità − plasmare un personaggio il cui stile di vita può anche risultare estremo, ma il cui amore per la libertà, insieme alla profonda coerenza e integrità, fanno certamente breccia in chi ha saputo riconoscere la pericolosità della forza di suggestione delle idee e delle pratiche messe in circolazione dalle forme di potere oggi dominanti. Soprattutto il conformismo, che − come direbbe Ben Cash − se non contrastato efficacemente uccide l’anima.



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