"Waiting For the Barbarians"


di Lorenzo Meloni


In occasione dell'uscita italiana di Waiting For the Barbarians riproponiamo la recensione scritta un anno fa dopo la presentazione allo scorso festival di Venezia.


Era già da due anni che stavamo "aspettando i barbari". Cinema Ritrovato 2017: è a Bologna Michael Fitzgerald, avventuroso produttore dei tardi capolavori di John Huston La saggezza nel sangue (1979) e Sotto il vulcano (1984) nonchè di film di attori-autori come Tommy Lee Jones (Le tre sepolture 2005; The Homesman 2014) e Sean Penn (La promessa, 2001). Nel suo italiano perfetto, questo vecchio leone del cinema cresciuto fra Stati Uniti e Belpaese istruisce la platea sull'imminente realizzazione di un progetto del cuore, finalmente giunto in porto dopo anni di tentativi abortiti e rinvii - l'adattamento di Waiting for The Barbarians (1980) del sudafricano John Maxwell Coetzee, rilettura di Il deserto dei Tartari in chiave di invettiva anti-apartheid.

L'highlight della conferenza, che venendo da uno così strappa risate a prescindere dal fatto di condividere o meno, è un convinto "non guardo mai i film di Steven Spielberg, perchè mi fa schifo". Raccolto il plauso della folla Fitzgerald continua. "Ma c'è quell'attore...quello che ha fatto Il ponte delle spie". Evidentemente euforico annuncia che Mark Rylance, allora già premio Oscar al miglior attore non protagonista per la sua tardiva e magistrale interpretazione di una spia sovietica nel (buon) film di Spielberg del 2015, fra i professionisti più affidabili e dedicati in circolazione ma anche fra i più inavvicinabili ("non dice di sì a nessuno"), ha appena accettato la parte del protagonista. Il colombiano Ciro Guerra ha firmato per dirigere, fondi e location sono al loro posto, fra poco si comincia. Due anni dopo, un po' in sordina e quasi a fine corsa, Waiting for the Barbarians sbarca finalmente a Venezia 76, confermando - se non del tutto le aspettative, con un budget non all'altezza delle ambizioni e Guerra purtroppo trattenuto malgrado la tematica congeniale - almeno la piena appartenenza al percorso di Fitzgerald, cineasta "herzoghiano", impervio, inseguitore del selvaggio e della follia e capace insieme di veementi affondi politici. Del romanzo di Buzzati, che via Zurlini non può - ed è un problema - non gettare sul film un'ombra anche visiva e scenografica, il film riprende l'idea di un frontierismo tanto futile quanto ineludibile, tanto esteriore quanto interiore, per mettere in scena, in una non meglio precisata provincia mediorientale del declinante impero britannico, una scoperta metafora storica sulla fallibilità di ogni tentativo di ergere muri fra gli esseri umani. Più che all'habitus, all'etichetta militare che plasma e livella le individualità, Waiting For The Barbarians si dedica classicamente ad approfondire le psicologie dei personaggi, avendo modo quantomeno di far emergere il suo indiscusso punto di forza, le interpretazioni. Rylance, understated come sempre e anni luce superiore alle linee di dialogo che recita, è affiancato da Johnny Depp e Robert Pattinson nel più curiosamente assortito trio (pseudo)hollywoodiano da molti anni a questa parte: l'antidivo irreperibile, il Re Mida in crisi nera, e l'ex-teen idol ormai in rotta per la stratosfera (la lista dei film in cui Pattinson è comparso - o comparirà - dal 2012 in poi è semplicemente impressionante). Se Depp, nei panni del brutale ufficiale di polizia inviato a estorcere informazioni su possibili attività bellicose delle tribù nomadi del deserto, esibisce un'eccentricità più trattenuta del solito, lasciando fare il grosso alla sua splendida voce e dando la curiosa impressione di un personaggio burtoniano sedato o in rehab, e Pattinson riesce a dare sfumature da villain tragico a un banalissimo e stravisto secondino con bastone, la parte del leone - quella che avrebbe potuto strappare qualcosa in palmarès malgrado la modesta riuscita del film - è sicuramente di Rylance, dotato di una capacità quasi magica di proiettare attorno a se tutto quel che manca al film in termini di valori produttivi e personalità registica, in una dimensione veramente a un passo dal teatro filmato e che resta cinema quasi solo per la capacità sua e del resto del cast di riempire tutte le falle senza mai dare l'impressione di strafare.

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