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Cento domeniche

Aggiornamento: 12 dic 2023

di Luigi Ercolani


Le imprese sono veicoli di crescita, di innovazione, di formazione, di cultura, di integrazione, di moltiplicazione di influenza, fattore di soft power. Generare ricchezza è una rilevante funzione sociale, è una delle prime responsabilità sociali dell’impresa. Non è il capitalismo di rapina quello a cui guarda la Costituzione nel momento in cui definisce le regole del gioco. Il principio non è quello della concentrazione delle ricchezze ma della loro diffusione, è quel concetto ampio di 'economia civile'”.

Circa due mesi dopo che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha pronunciato queste parole all'assemblea di Confindustria di metà settembre, nelle sale cinematografiche italiane è uscito Cento domeniche. Ovvero un'opera di carattere sociale che tratta proprio di quello che la prima carica dello Stato ha chiamato “capitalismo di rapina”, espressione che si potrebbe tradurre in un'economia di mercato sostanzialmente d'assalto sostenuta da una finanza senza scrupoli (e men che meno vincoli etici) destinate per annientare i più deboli.

Conosciuto per i suoi personaggi comici, qui Antonio Albanese, che è attore, regista e co-sceneggiatore, torna alle origini. No, non quelle relative ai suoi esordi televisivi, ma proprio le radici sue personali, quelle innervate di un paesino della provincia lombarda in cui abitano poche migliaia di abitanti, grossomodo tutti collegati tra loro.

Un luogo bucolico che, proprio per queste sue caratteristiche sociologiche, si basa essenzialmente sulla reciprocità, in termini di fiducia, supporto, trasmissione dei saperi e dei mestieri, e rapporti personali. Un piccolo mondo antico (riferimento non casuale, visto che l'omonimo romanzo di Antonio Fogazzaro è anch'esso ambientato nella stessa area geografica) in cui nel tempo, sinuose e suadenti, le spire della modernità hanno iniziato ad avvolgere e guastare un'atmosfera non perfetta, ma sicuramente più sana.

In questo modo si fanno sempre più largo una burocrazia scleritozzata e, sopratutto, un capitalismo che ignora le proprie responsabilità sociali ed è interessato solo al profitto, non importa se il lucro venga ottenuto sulla pelle degli ultimi attraverso sotterfugi e menzogne. Ma insegna la saggezza popolare insegna che le hanno le gambe corte, e quando le istituzioni vacillano e poi crollano, prima ancora che la sostanza dei risparmi che i lavoratori hanno faticosamente messo insieme con il lavoro di una vita, a crollare è la fiducia in esse, e nelle persone che ne fanno parte.

Il quadro che si compone è dunque, di fatto, un Mors tua, vita mea cinico e spietato. Uno scenario lugubre ed egoistico, dove la colpa è sempre di chi ha dato gli ordini e mai di chi la eseguiti, dove vigliaccamente chi si trova più in alto non tende una mano per soccorrere gli ultimi e dove, sopratutto, si cerca di scaricare la responsabilità dell'inganno su chi è stato ingannato, quando quest'ultimo ha avuto in realtà l'unico torto di fidarsi, da non esperto in materia, di fidarsi di chi falsamente lo rassicurava.

Nella notte dell'animo umano, tuttavia, Albanese ci dice che può sempre esserci una luce a guidare il cammino. Qui rappresentata dal matrimonio della figlia del protagonista, è la luce degli affetti personali, delle tradizioni a cui continuare a dare significato ed importanza, che può offrire conforto e speranza quando le tenebre dell'ingordigia asettica e senza cuore sembrano prendere il sopravvento. Una prospettiva attuale in ogni epoca.

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