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Diabolik-Ginko all'attacco

di Luigi Ercolani



Il cinema italiano sta vivendo, da qualche anno, una sorta di rinascimento, pur se in maniera abbastanza circoscritta. Nell'ultima decade la produzione audiovisiva nostrana ha infatti provato a distaccarsi dalla narrazione tradizionale, quella fatta soprattutto di commedie più o meno leggere o soggetti di stampo realistico.

Questi ultimi continuano a essere i due grandi poli diegetici su cui si fonda la produzione nostrana, attorno ai quali, tuttavia, si stanno muovendo nuovi stilemi. Lavori come Lo chiamavano Jeeg Robot (2016, Gabriele Mainetti), I moschettieri del Re (Giovanni Veronesi, 2018), Il primo Re (Matteo Rovere, 2019), Freaks out (2021, Gabriele Mainetti) e Siccità (Paolo Virzì, 2022) dimostrano come ci sia in atto un tentativo di rendere più spettacolare e più sognatore un cinema che, in larga parte, e a parte qualche ben documentata eccezione, si è sempre dimostrato prettamente pragmatico.

Impostata questa direzione, era chiaro che si sarebbe finiti per attingere alla solida tradizione fumettistica del nostro Paese. Con Dampyr (Riccado Chemello, 2022), ad esempio, c'è anche stato un primo tentativo, pur timido, di costituire un universo cinematografico condiviso sul modello di quello della Marvel. È ben chiaro, tuttavia, che le fortune del cinefumetto italiano passano da quello che è uno dei suoi personaggi più iconici: Diabolik.

Il Re del Terrore era già stato portato in scena da Mario Bava nel 1968, ovvero solo sei anni dopo la nascita ufficiale del personaggio fumettistico ad opera delle sorelle Giussani. La trasposizione cinematografica del nuovo millennio, grazie e a nuove tecniche e tecnologie che potevano garantire un maggiore tasso di sospensione dell'incredulità, era dunque guardata con curiosità.

Il primo Diabolik ad opera dei fratelli Manetti, del 2021, rappresentava dunque un fattore di novità, e l'esame era stato decisamente superato. A partire da un cast rivelatosi decisamente convincente, tra un Luca Marinelli che dava corpo al glaciale personaggio, una Miriam Leone che riportava sulla scena il cuore caldo e seducente di Eva Kant e un Valerio Mastandrea forse meno scorbutico del Ginko dei fumetti, ma ugualmente immerso in toto nella sua missione di catturare l'efferato criminale.

Il secondo capitolo mantiene questi due ultimi interpreti e le caratteristiche che essi portano in scena, mentre il cambio di attore di Diabolik toglie al protagonista di Giacomo Giannotti un po' di aura serafica, ma allo stesso tempo gli conferisce un fascino oscuro decisamente più marcato. Rispetto al primo film, tuttavia, Diabolik-Ginko all'attacco soffre di una scrittura più debole, in alcuni punti persino ingenua, di cui risentono anche gli interpreti maggiormente dotati. Aggiungiamo, poi, un cast di supporto che si rivela all'altezza solo nel Palmer di Pier Giorgio Bellocchio e nella Elena Vanel di Linda Caridi, ed ecco che questa pellicola si rivela, parafrasando una nota saga italiana, un secondo tragico Diabolik.

Fotografia e scenografie di qualità alta per gli standard italiani non riescono a nascondere i difetti di un lungometraggio che sembra il fratello povero del primo, anch'esso non perfetto ma pur sempre più consistente: visto che quest'ultimo era solo del dicembre del 2021, era forse necessario prendersi più tempo per rendere solidi narrazione e personaggi, contemporaneamente lavorando per creare un base di appassionati del personaggio, e così generando un senso di attesa per il film successivo. L'augurio è che ciò possa avvenire per il probabile terzo capitolo in arrivo.


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