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Grazie, ragazzi

Aggiornamento: 29 gen

di Luigi Ercolani



Maria Rosaria “Iaia” Forte, attrice napoletana che ha calcato tanto i set teatrali quanto quelli cinematografici, ha detto: “Il teatro può essere ancora un luogo dove l'immaginazione è sovrana e in questi termini è il luogo dove l'attore può trasformarsi totalmente per fare ciò che la vita non permette di fare”. Una descrizione che si adatta perfettamente al nuovo film di Riccardo Milani, che dopo Mamma o papà? e i due Come un gatto in tangenziale ripropone il fortunato sodalizio con Antonio Albanese e porta in scena una commedia sì divertente, ma dal retrogusto amaro.

E “portare in scena” qui assume invero un doppio significato. Un primo livello riguarda ciò che gli attori hanno fatto di fronte alla telecamera guidata dal regista romano, mentre ad un secondo livello possiamo individuare come la “scena” sia quella del teatro in cui i quattro personaggi sono chiamati a recitare.

A pochi mesi dal successo di La stranezza (che ancora oggi trova posto in qualche sala, a conferma della validità del film), il cinema italiano torna dunque ad occuparsi del teatro. Lo fa, anche in questo caso, immergendosi nelle sue caratteristiche fondamentali: la capacità di coinvolgimento, il fascino intrinseco del generare una performance dal vivo di fronte ad un pubblico, la facilità materiale di mettere insieme uno spettacolo (in fondo, basta anche solo un rialzo che faccia da palcoscenico) che paradossalmente si sposa con la complessità narrativa e/o tematica di molti suoi testi.

Certo, non va dimenticato che in questo caso il soggetto è un remake del film francese Un triomphe (Emmanuel Courcol, 2020), che a sua volta è ispirato alla vera storia di Jan Jönson, attore svedese che negli anni Ottanta fu chiamato a tenere corsi di teatro in un carcere e propose di rappresentare Aspettando Godot di Samuel Beckett. La non originalità della sceneggiatura nulla toglie, tuttavia, alla qualità del lavoro svolto che, come si nota dai dati sull'affluenza, è stato in grado di attirare una quantità di pubblico non indifferente.

Per certi versi, a dirla tutta, La stranezza e Grazie, ragazzi sono assolutamente complementari. Il primo rappresenta la cultura alta, quella che tutti hanno studiato a scuola e rappresentata da Pirandello, che si china verso quella fatta dal basso, mentre il secondo, al contrario, vede quest'ultima salire piano piano i gradini fino ad arrivare ai palcoscenici più prestigiosi.

Come dimostrato diverse volte, per risultare convincente agli occhi del pubblico reale e potenziale, non basta certo però un racconto sugli ultimi, né tanto meno una storia su un medium pur sempre affascinante come il teatro. Il vero valore aggiunto di Grazie, ragazzi, in questo senso, è la profondità con cui il lungometraggio scava nell'intimo, portando alla luce le ferite presenti nell'animo di quelli che la società spesso e volentieri ha scartato o emarginato, e che sono in cerca di una redenzione.

Una redenzione che, ci dicono Milani e Albanese, non potrà mai arrivare se si continua a trattare costoro da reietti, e se non si inizia a dare loro anzitutto un'occasione morale, prima ancora che una materiale. Pensare che sia la seconda a generare la prima, e non il contrario, significa porre le basi di una svolta che non arriverà mai. Come Godot.

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