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La sala professori

di Luigi Ercolani


 

Forse voleva essere un ritratto iperrealistico di tante microproblematiche che si trovano all'interno del comparto educativo. Forse voleva essere una sirena d'allarme per sollevare la questione sull'attuale mancanza di collaborazione tra genitori e istituzione scolastica nella crescita personale dei giovani. Forse voleva allargare il campo all'intera società civile occidentale.

Quali che fossero le intenzioni del regista Ilker Çatak, il suo La sala professori è un lungometraggio onestamente sviluppato male. E la candidatura agli Oscar 2024 come Miglior Film Internazionale solleva dubbi anche sulla capacità della Academy di valutare l'effettivo significato contenuto nel film.

Il primo snodo cruciale è un personaggio principale che non funziona. Per quanto la brava Leonie Benesch si cali a fondo ed in maniera convincente nel ruolo della professoressa Carla Nowak, la protagonista che l'attrice tedesca è chiamata ad interpretare è totalmente in balia tanto dei colleghi quanto degli eventi, senza nerbo né capacità di far fronte alle problematiche che via via emergono durante la narrazione.

Se da un punto di vista del realismo una tale scelta potrebbe avere un senso allo scopo di rimarcare una presunta inadeguatezza del corpo insegnanti odierno, specie di chi si pone con gli alunni in maniera troppo amichevole con il rischio di delegittimare il proprio ruolo, essa tuttavia risulta sbagliata da un punto di vista meramente diegetico. Non è infatti un mistero che una buona storia parta anzitutto da un protagonista che, anche se con fragilità, sia in grado di mantenere le briglie della storia, e di ricondurre tutto a sé anche nelle avversità.

Carla sembra invece agire sempre in base all'emotività del momento, incapace di far fronte agli ostacoli anche quando è lei stessa a doversi difendere, quasi che concepisse come unica prospettiva possibile una sorta di martirio laico. Partendo dal presupposto che l'insegnante necessita di una fondamentale componente di leadership (come d'altronde tutti i ruoli in cui si è chiamati a gestire persone), lo spettatore che nota tali dettagli è portato a chiedersi come qualcuno abbia potuto valutare la professoressa Nowak idonea all'insegnamento.

Tuttavia, se la protagonista non è adeguata, il contorno è per certi versi anche peggio. La scuola in cui Carla insegna è infatti un microcosmo di tutti i difetti dell'attuale società civile occidentale: mancanza di solidarietà, approccio ideologico ed intransigente ai problemi, vendette personali attraverso i mezzi di comunicazione, aggressività diffusa.

Quello che appare surreale, nel quadro composto da Ilker Çatak, è che verso il prossimo l'autentico altruismo sia assente o, nel migliore dei casi, sostituito da un paternalismo basato sui sentimenti. Ne emerge di conseguenza un contesto in cui viene a mancare il rispetto per l'essere umano, privilegiando una forma mentis basata sulla prevaricazione dell'altro attraverso metodi diretti e per nulla compassionevoli.

In questo senso, la domanda sorge quindi spontanea: La sala professori voleva essere un film di denuncia sociale nei confronti dell'individualismo più sfrenato o del semplice contesto scolastico? A prescindere da quale risposta sia effettivamente corretta, vista la debolezza della storia, si può concludere che in nessuno dei due casi l'obiettivo è stato raggiunto.

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