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OPERETTE MORALI di Giacomo Leopardi

Aggiornamento: 20 ott 2023


di Matteo Lolli



PASSEGGERE: Oh che vita vorreste voi dunque?

VENDITORE D'ALMANACCHI: Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti.

P: Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?

V: Appunto.

P: Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene: se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura.



A parte forse l'eccezione costituita dal Dialogo della Natura e di un Islandese, le ventiquattro prose (per la maggior parte dialoghi ma non solo) che compongono le Operette morali non sono certamente tra i testi più noti usciti dalla penna di Leopardi, offuscati dal sublime bagliore dei componimenti poetici. Eppure, per l'elaborazione minuziosissima, il taglio filosofico e la condensazione argomentativa, le Operette permettono probabilmente di penetrare meglio e più a fondo nell'universo ideologico del poeta-filosofo di Recanati, illuminando e chiarendo tutti gli elementi di una filosofia troppo spesso liquidata in toto come pessimistica solo per pigrizia intellettuale o desiderio di fuga dal confronto.

Ovviamente, non c'è alcuna contraddizione tra il sistema di pensiero che emerge dalle Operette e quello delineato invece nelle poesie: semplicemente, le prose del libro morale di Leopardi offrono una prospettiva diversa, incentrata sull'utilizzo della parola e del dialogo come formidabili strumenti dialettici attraverso cui rafforzare, filosoficamente parlando, le stesse convinzioni a cui nei Canti viene invece conferita una veste più poetica. Ma la demarcazione non è netta, perché emerge inconfondibile una "poeticità di fondo" che, pur in forma prosastica, l'arte di Leopardi riesce a inserire nel ritmo e nei contenuti dei vari dialoghi e scenari narrativi; né sarebbe giusto considerare l'insieme delle prose - ideate come totalmente autonome le une dalle altre - quali un blocco unico: il fatto che i ventiquattro testi dell'edizione definitiva del libro escano dallo scrittoio di Leopardi in fasi cronologicamente diverse della sua attività permette di delineare infatti un "pensiero in evoluzione" internamente all'opera stessa.


Ma in cosa consiste il suddetto "fascino poetico" delle Operette? E più in generale, quali sono i variegati argomenti di cui esse trattano? L'abilità di Leopardi sta nell'avere condensato, all'interno di componimenti di breve estensione e dalla struttura narrativa semplicissima, riflessioni di portata universale sul significato dell'esistenza umana: ecco quindi che il testo d'apertura è una Storia del genere umano in cui la narrazione delle vicende degli uomini è fatta in chiave mitologica, sulla base del rapporto con Giove e con gli altri dèi, mentre poco oltre troviamo un Dialogo della Moda e della Morte dove le due figure allegoriche discutono sulla decadenza dei tempi moderni e sulla caducità della vita umana in generale; uno scenario post-apocalittico successivo all'estinzione dell'umanità è quello in cui si collocano i due protagonisti del Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo, mentre l'Elogio degli uccelli è una sorta di orazione retorica in cui viene spiegato perché quella dei volatili sia da considerare la migliore e più felice tra le specie viventi, ben più di quella umana schiacciata dalle proprie incontentabilità e imperfezioni.

E così via, in un calderone narrativo che ingloba tanto altre figure allegorico-naturalistiche quali la Natura, il Sole, la Terra e la Luna, quanto anche personaggi storici come Cristoforo Colombo, Torquato Tasso, Giuseppe Parini e Niccolò Copernico; il tutto attraverso toni narrativi vari ed efficaci nella loro continua alternanza: talvolta seri e riflessivi talvolta ingenui e scanzonati, in generale dotati di un fondo di tagliente ironia che emerge quasi dappertutto ad alleggerire il gravoso peso filosofico-esistenziale degli argomenti trattati.


Due ulteriori aspetti emergono dalla lettura delle Operette morali. Primo, che il proverbiale "pessimismo cosmico" di Leopardi non si traduce affatto in nichilismo valoriale o assenza di soluzioni di compensazione rispetto al dolore dell'esistenza: se è vero che gli argomenti ricorrenti in ogni parte del libro sono quelli della critica all'antropocentrismo e della felicità impossibile, della vanità della speranza nel futuro e della messa in luce della miseria della condizione umana per colpa della Natura-matrigna, è altrettanto vero che Leopardi non esclude mai, pur limitandone la portata e l'estensione, alcune possibilità di momentanea distrazione dal male di vivere: la Storia del genere umano sopra menzionata si conclude col benefico e inaspettato arrivo sulla Terra, direttamente dall'Olimpo, di una divinità denominata "Amore, figliuolo di Venere Celeste", mentre il Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez parla dell'avventura e del rischio come strumenti per vincere la noia esistenziale e dare un senso alla propria vita; nella citazione in alto tratta dal Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere l'ignoranza del futuro viene valorizzata come possibilità di sperare genuinamente e inevitabilmente in un avvenire migliore, mentre il Dialogo di Plotino e di Porfirio si conclude con un'orazione contro il suicidio in nome della solidità dei legami interpersonali che tengono l'uomo ancorato alla vita grazie al rapporto affettivo con i propri simili.

Secondo aspetto, anche ai suoi tempi - la maggior parte delle operette sono del 1824, duecento anni quasi esatti fa - il pensiero di Leopardi era del tutto in contrasto con quello della cultura dominante, la quale nel suo decantare le (fantomatiche) "magnifiche sorti e progressive" dell'umanità non poteva certo perdere tempo a confrontarsi con una filosofia così ostile a ogni compromesso come quella di Leopardi. Ma tale "schiettezza intellettuale" del recanatese poggia le sue radici su un terreno impervio e poco battuto: quello del perseguimento ferreo delle proprie opinioni anche con tutto il resto del mondo contro, della fedeltà cieca al proprio modo di vedere le cose pur al prezzo della impopolarità più assoluta. Ecco quindi che risultano ben evidenti certe affinità tra il contesto storico-sociale dell'Italia primo-ottocentesca di Leopardi ed il mondo di oggi, con il suo imperante conformismo e la sua ostinazione verso un progresso tecnologico dis-umanizzato. Da questo punto di vista, allora, la lezione di Leopardi resta perfettamente valida anche a distanza di due secoli, tanto dal punto di vista intellettuale quanto sul piano di un "atteggiamento umano" di cui non si può disconoscere l'autenticità ed il coraggio.

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